1.02: I am (not) confused

di Gnomo Speleologo

Sonatina: monologhi (sur)reali a più voci.

«Per fare un fumetto bisogna, per prima cosa, avere qualcosa da dire. Altrimenti puoi anche evitare di farli. In giro ci sono tanti autori che non hanno nulla da dire, tanto tra le case editrici quanto nelle autoproduzioni. Io queste persone non le capisco. Sono le stesse che nascondono una carenza di contenuto con una narrazione criptica, surreale, se vuoi poetica, ma purtroppo tendente al qualunquismo più becero.»
«Che pesante che sei, mamma-mia.»
«Non sono io che sono pesante, sono loro che sbagliano! Per esempio: ho letto un web-comic da poco, un bel web-comic, disegnato bene e tutto quanto. Ma. Purtroppo. Non aveva la trama. Forse pensava di possederla, ma in realtà no. Non c’era. Attenzione: non è che facesse schifo. Semplicemente non aveva nulla da raccontare. Zero. Tre capitoli di nulla cosmico. Ora. Mi chiedo. Perché farlo? Il fumetto è narrazione e di conseguenza andrebbe trattato. Fare un fumetto che non parla di niente, nascondendolo per un prodotto “profondo”, è prendere per il culo i lettori. E sottovalutarli, pensare che non se ne accorgeranno mai.»
«Di cosa?»
«Di cosa, cosa?»
«Di cosa non se ne accorgeranno mai?»
«Della mancanza di contenuto.»
«Ok.»
«Il problema è che per fare un buon fumetto non ci vuole solo la voglia e la capacità di disegnare bene, ma anche qualcosa da voler raccontare e saperlo fare con passione. Tu quanti fumetti leggi?»
«Solo quelli che mi passi tu.»
«Sono pochi. Ci sono fumettisti che leggono il tuo stesso numero di fumetti e se ne vantano. Questi sono dei criminali. Bisogna leggere tantissimi fumetti, per saperli fare. È così che si impara il ritmo di lettura. Bisogna assimilare il ritmo narrativo leggendo e leggendo e leggendo, altrimenti è solo tempo sprecato.»
«Un secondo fa dicevi che bisogna anche avere qualcosa da dire.»
«Esatto. Bisogna avere dei contenuti e leggere tanti, tanti, fumetti.»
«E questo cosa c’entra col mercato?»
«Giusto, stavamo parlando del mercato. C’entra perché spesso il mercato è bastardo e influenza i prodotti similmente a un cane che si morde la coda. Tutto verte sulla cultura del singolo: da ciò a cui è abituato il lettore medio, a ciò che quest’ultimo si aspetta dalla lettura di un determinato prodotto. Il mercato italiano sta diseducando il pubblico continuando a servirgli fumetti privi di contenuti. Ultimamente non vedo tante produzioni con della buona carne al fuoco e/o la capacità di saperla cucinare e, perché no, servire; purtroppo il fatto che sia l’unica carne nostrana acquistabile finisce per assuefare qualsiasi consumatore. Ciò comporta un’incapacità critica da parte del pubblico, costretto com’è a gustare sempre la stessa sbobba. E senza nessuna figura in grado di notare l’infima qualità del pasto, la massa continuerà a comprare quello che gli viene servito, senza permettere al settore di evolversi in qualcosa di nuovo e migliore.»
«Ma tu parli a vanvera, o con cognizione di causa?»
«In effetti rispetto a qualche anno fa qualcosa è migliorato, ma tanto altro è peggiorato.»
«Ti sei pure contraddetto.»
«Su cosa?»
«Sui lettori di fumetti!»
«Non capisco.»
«Giusto un secondo fa hai detto che si accorgono delle fregature, e ora stai affermando tutto il contrario.»
«Aspetta un attimo. Mi stai confondendo.»
«Non sono io che ti sto confondendo! Sei tu che ti confondi da solo!»
«Mi sto confondendo.»