Lo yin e yang di Gipi e Mattotti: un dialogo a distanza tra La terra dei figli e Ghirlanda

di Emanuele Rosso

Non è facile, anche per il recensore più smaliziato, affrontare Ghirlanda, ultima opera del duo Jerry Kramsky/Lorenzo Mattotti (Kramsky ai testi, Mattotti ai disegni, mentre la sceneggiatura è firmata da entrambi), appena pubblicata da Logos.
Parlare del lavoro di Mattotti nel campo dei fumetti è tout court insidioso, considerando il ruolo e l’importanza dell’autore nel nostro paese e a livello internazionale, e l’assoluta unicità del suo corpus narrativo rispetto a tendenze e linee editoriali che si sono affermate negli ultimi anni. Ormai noto forse più per la sua produzione da illustratore (in tutte le possibili varianti e declinazioni della professione), Mattotti ha però sempre dichiarato un amore particolare verso il fumetto, che l’ha visto esordire e continuare a sperimentare nel corso di quaranta anni di carriera (da qui in avanti citerò per comodità spesso Mattotti come autore unico, sebbene sia stato quasi sempre coadiuvato da scrittori nella realizzazione dei propri lavori a fumetti, riuscendo comunque a dare forma negli anni a una poetica estremamente coerente).

La difficoltà di analizzare Ghirlanda risiede quindi sia nel rapporto col peso specifico dell’autore che nella natura stessa dell’opera, una fiaba di ampio respiro segnata (in senso proprio e figurato) dal disegno, vero motore della creazione mattottiana.

Ecco quindi che una chiave interpretativa potrebbe essere quella comparatistica, associando Ghirlanda a un altro fumetto di recente pubblicazione, uno dei bestseller degli ultimi mesi, già abbondantemente analizzato e sviscerato: La terra dei figli di Gipi (Coconino Press – Fandango, 2016).

I due fumetti, pur così diversi, possono essere messi a confronto per tematiche, approcci narrativi e scelte stilistiche: a volte il percorso dispiegato dai due autori è parallelo, a volte speculare, altre invece di segno diametralmente opposto, ma si sente sempre comunque un’eco, un riverbero, una risonanza che mantiene in armonia, anche a distanza, Ghirlanda e La terra dei figli. Non si può certamente pensare a un’influenza diretta di un’opera nei confronti dell’altra, considerando che Ghirlanda ha avuto una gestazione lunga, più che decennale, portata avanti da Mattotti e Kramsky nei ritagli di tempo tra un lavoro e l’altro, e costruita in itinere dallo scrittore a partire dalle improvvisazioni del disegnatore. La terra dei figli invece ha alla base un impulso narrativo più solido e circostanziato, come dichiarato dall’autore in più interviste, e un tempo di produzione decisamente più breve. Resta il fatto che, senza arrivare a tirare in ballo lo zeitgeist, o un approccio fenomenologico, entrambi i romanzi grafici sembrano porsi determinate e medesime domande in fatto di archetipi narrativi e soluzioni visive (anche se poi le risposte che ne scaturiscono non sempre sono uguali).

L’elemento che salta immediatamente all’occhio, già dalla prima pagina di entrambe le opere, è l’idea introdurre il lettore a un mondo “altro”. Se in Gipi questa introduzione è scarna, poche parole di un narratore onnisciente che annuncia una fine del mondo già avvenuta, e che poi si eclissa per sempre aprendo al lettore giusto la porta che conduce a uno spazio post-apocalittico, Kramsky e Mattotti si prendono diverse pagine (all’inizio ma anche alla fine) per definire e mettere in scena una cornice, con tanto di sipario teatrale, che contorna le vicende che si svolgono nel mondo fantastico di Ghirlanda. Ma più che la cornice, è interessante riflettere sull’universo che racchiude: se il narratore è il “world-builder” per antonomasia, colui che racconta una storia collocandola in uno spazio e in un tempo, è anche vero che molti narratori scelgono di appoggiarsi su un mondo già esistente, demandando al patto col lettore tutto ciò che non viene esplicitato o è dato per sottointeso. Molto più difficile creare un universo narrativo ex novo, inevitabilmente vincolato da un set di regole da rispettare (siano interne alla vicenda o extradiegetiche, cioè facenti riferimento a qualsiasi decisione l’autore assuma su come mettere in scena il mondo che ha generato), e poi forse anche da palesare.

L’assonanza dei due fumetti non è tanto nella presenza di una cornice, o nell’ambientazione che rifugge la contemporaneità, quanto nel modo in cui gli autori fanno scoprire i propri mondi al lettore. In entrambi i casi non c’è introduzione o spiegazione preliminare, la scoperta è progressiva e avviene seguendo le gesta dei protagonisti. Potrebbe sembrare che i confini dei rispettivi mondi non siano chiari neanche agli autori stessi, che i mondi non possano essere dati, ma solo esplorati. Già qua però il parallelo si “incrina”: se in Gipi questa esigenza è data dal volere assumere totalmente il punto di vista di Lino, il giovane protagonista della storia che del mondo in cui vive non sa nulla, in Mattotti l’esplorazione sembra guidata dall’amore per il disegno, dall’improvvisazione, dalle suggestioni create dal segno stesso che generano l’ambiente e lo popolano di creature fantasmagoriche, per poi strutturarle in una narrazione organica (la storia è inizialmente introdotta da un narratore onnisciente, la cui presenza verbale si affievolisce fino a scomparire, per essere percepibile poi solo nella scelta di seguire alternativamente “dall’alto” le vicende dei vari personaggi).
Il parallelo si ricostituisce tenendo però conto che in entrambi casi, affinché questa esplorazione del mondo sia compiuta, la storia non può che dipanarsi intorno alla dimensione del viaggio. Struttura archetipica del romanzo, il viaggio dell’eroe è il correlativo oggettivo del percorso di formazione che il protagonista compie per scoprire sé stesso, acquisire qualcosa che all’inizio della storia gli mancava e ristabilire in definitiva un ordine che era stato turbato.
Ne La terra dei figli Lino si muove perché è alla ricerca di qualcuno in grado di leggergli il diario del padre, morto quasi all’inizio della storia, per scoprire cosa il genitore pensava di lui. Ippolite, il ghir (una delle specie animali create da Mattotti, che rende omaggio ai Mumin di Tove Jansson) protagonista di Ghirlanda, deve trovare il cristallo/cuore eruttato a causa della rabbia dal monte Rauco, per riportare la pace nel mondo di Ghirlanda.

Sia in Gipi che in Mattotti il viaggio assolve a più funzioni: non solo potenzialità per dispiegare il mondo che hanno creato, ma anche necessario percorso per permettere ai rispettivi protagonisti di diventare sé stessi, di assumere tridimensionalità.
Qua sta un’assonanza tra i due fumetti che non si sviluppa come parallelismo, quanto come un’affascinante complementarietà. Entrambe le storie si articolano intorno al grande tema dei legami familiari e dell’amore, e nello specifico dell’amore paterno/filiale. Sia Lino che Ippolite devono imparare a comprendere e accogliere questo sentimento, partendo però da presupposti opposti. Nel caso di Lino siamo alle prese con un figlio duro, selvaggio, iracondo, che deve diventare in grado di accettare l’amore che è per lui materia sconosciuta, negata e rimossa dal padre per prepararlo ad affrontare la vita in un mondo arido e brutale; in quello di Ippolite il viaggio gli permette di acquisire spessore umano, di non essere semplicemente un ghir ma un padre e marito consapevole, e quindi donare amore. Ippolite ci viene presentato nelle prime pagine intento ad aspettare la moglie scomparsa (se non gli venisse comunicato da un altro personaggio, non saprebbe neppure che è gravida ed è andata a partorire), e tutto il viaggio servirà a riscattare la sua passività e trasformarla in azione. Al contrario le vicende di Lino, incapace di stare fermo anche solo un attimo, sempre in movimento e alla ricerca aggressiva del senso del rapporto col padre, si chiudono con l’accettazione di una carezza da parte della Strega (una sorta di madre putativa, se non forse la vera madre?), gesto simbolico anche per via del ruolo passivo del ricevente. La complementarietà è forse ancora più profonda: La terra dei figli prende il via da una morte, Ghirlanda da una nascita, e questo attribuisce un timbro ben preciso a ciascuna storia. Mattotti dichiara di aver voluto creare una fiaba che fosse dolce e naif (pur non mancando di momenti cupi e drammatici), mentre Gipi dà vita a un mondo dominato dalla cattiveria (spesso ancora più crudele perché generata dalla stupidità), in cui ogni umanità è bandita.

Ritornando alla dimensione del viaggio, bisogna anche segnalare come entrambi gli autori lo intendano non come percorso che conduce a un luogo fisico definito, segnalato da una mappa o da un qualsiasi altro indicatore spaziale, ma come un vagabondaggio in cui la meta è piuttosto un obiettivo da perseguire, chiara solo idealmente: ecco perché sembrano acquisire una grande importanza il caso e gli incontri che si fanno durante il tragitto. Sotto questo aspetto la dinamica del movimento varia molto da un fumetto all’altro, proponendo due ritmicità contrapposte: ne La terra dei figli gli incontri e gli ambienti si susseguono in modo lineare, come livelli successivi di un videogioco, impermeabili gli uni agli altri, mentre in Ghirlanda la percezione da lettore è che tutto sia un flusso in continuo movimento, che la circolarità (o forse addirittura la sfericità) del meccanismo narrativo domini sui personaggi, intersecando traiettorie parallele come in una geometria non euclidea.

Si può tentare un’associazione delle due opere anche da un punto di vista visivo, oltre all’ovvia comunanza del bianco e nero? Forse nella ricerca di risposte a una medesima domanda di astrazione, declinate secondo lo stile dei due autori. D’altra parte il disegno è etimologicamente astratto, è un tentativo di ricreare il mondo attraverso un numero finito di segni su carta. Sia Gipi che Mattotti popolano le proprie tavole di un brulicare di linee intrecciate e sovrapposte, fragili, sottili, veloci ma mai affrettate. Si percepisce in entrambi gli autori un amore per l’improvvisazione, intendendo con questo la capacità di assecondare il gesto artistico nel suo farsi, e la traccia lasciata dallo strumento che si è scelto per disegnare. Il segno così predomina su ambienti e personaggi, e chiede di essere osservato attentamente: si percepisce il lavoro dell’artista, il tempo trascorso sulla singola tavola, e il lettore è tenuto a rallentare la lettura non tanto per decodificare il disegno (assolutamente limpido e cristallino in entrambi gli autori), quanto per avvicinarsi al ritmo della creazione (infinitamente più lungo di quello della fruizione). Quando si parla di fumetto, un buon “world-builder” (e qua siamo alle prese con due pesi massimi) agisce con la narrazione e con il disegno che, oltre a mostrare, si mostra.

Ci sarebbero probabilmente altri elementi dei due romanzi a fumetti analizzabili anche fuori da un approccio comparatistico, ma ciò che mi sono chiesto alla fine della lettura è se, e in che modo, La terra dei figli e Ghirlanda cercassero di raccontarmi qualcosa del presente che vivo. Tanto si è detto e scritto della setta che popola il mondo post-apocalittico creato da Gipi e del suo rappresentare un residuo ignorante e volgare delle dinamiche umane che si trovano quotidianamente sui social network. Più interessante forse sottolineare come entrambi gli autori rispondano all’oggi creando degli universi altri, in cui dare vita, senza doveri di realismo, a personaggi iconici, potendosi così concentrare su funzioni e archetipi narrativi, per loro natura assoluti, immuni alla prova del tempo e in grado di rinnovare sempre domande e risposte su ciò che siamo. Concludo a tal proposito con una battuta di Gipi, tratta da un’intervista su La terra dei figli (ma credo che anche Mattotti si assocerebbe): “penso però che la narrazione abbia il compito di andare da un’altra parte rispetto a ‘dove si sta’. Che debba aprire porte, non seguire il flusso”.

Abbiamo parlato di:
Ghirlanda, di Lorenzo Mattotti e Jerry Kramsky, Logos Edizioni, 2017
La terra dei figli, di Gipi, Coconino Press – Fandango, 2016