Sogni, magia e colori: un’intervista a Nicolò Pellizzon

Abbiamo intervistato Nicolò Pellizzon per approfondire il suo approccio alla narrazione e il suo gusto estetico, concentrandoci sui suoi fumetti passati e futuri per tracciare parallelismi e strade divergenti.

Comincerei con una panoramica dei tuoi lavori, che hanno sempre un gusto un po’ onirico ed esoterico, ma allo stesso tempo sono molto diversi tra loro. Come si è costruito quel gusto? E come approcci storie differenti per lunghezza e temi?

Gli amari consigli, perché Lezioni di Anatomia è un po’ diverso, è l’unico libro lungo che ho fatto finora. Penso che in un libro di 150 pagine ce ne siano 30 che hanno un peso maggiore, cioè la scena centrale, che è quella che rappresenta tutto il libro e quello che in partenza volevi disegnare davvero. Le altre 120 pagine servono a connettere tutto quanto per raggiungere la forza necessaria a rendere importane quel nucleo. Io la vedo così. Invece in una storia breve devi essere efficace con poche cose, e trovo che non riuscirei davvero a raccontare storie di personaggi come vorrei.
Le storie brevi che ho fatto per Delebile, che poi sono state raccolte in Abraxas, avevano tutte un sottotesto in qualche modo riconducibile a Lezioni di anatomia e a Gli amari consigli, volendo anche ad Horses. C’è dietro una proiezione di quella che è la mia visione del mondo, poi a seconda di quanto è “alto” il volume della quotidianità la tengo più o meno dietro. È come Twin Peaks: ci si vedono un sacco di richiami a Mulholland Drive e a Inland Empire. Perché sono cose che Lynch pensa, c’è una poetica che viene fuori in tutto quello che fa.

Gli amari consigli e Lezioni di anatomia sono usciti quasi insieme, però io li ho percepiti molto diversamente. Da un lato abbiamo un libro molto colorato, con una storia molto d’atmosfera, mentre Lezioni di anatomia è in una bicromia seppia e ha una narrazione molto più forte. Sempre parecchio onirica, ma con un intreccio più delineato.
È stata una scelta aprioristica quella di fare due racconti con un diverso grado di “precisione” o di “narrazione”, diciamo così, o sono usciti così spontaneamente?

È stato tutto un po’ complicato. Perché ho scritto prima Gli amari consigli e poi ho fatto Lezioni di anatomia, anche se è uscito prima.
Però in entrambi i casi c’era il tentativo di non perdere quella che era la spinta e l’intuizione iniziali. Questo in particolar modo per Gli amari consigli, dove ho cercato di rimanere su quello che avevo in mente all’inizio, che era stata per me un’esperienza estetica precisa. A un certo punto mi sono ritrovato di fronte alla scelta di farlo proseguire “come il lettore si sarebbe aspettato” oppure come avevo in mente, di insistere su quello che doveva essere. E mi sento di dire che il libro sia riuscito in questo intento.
Anche per Horses è andata un po’ così, ma è una storia molto più centrata sui personaggi e le loro interazioni e quindi la trama in senso stretto risulta più semplice e scorrevole.

Dal punto di vista visivo, invece… Hai sempre mostrato una certa attenzione, e un certo gusto, per il colore.

Come dice Scott McCloud, la colorazione “realistica” lascia al lettore molto meno spazio per fare sue le immagini (e muoversi con l’immaginazione). Nel prossimo progetto con Bao, Haxa, ci saranno dei colori esplosivi, sarà stampato in quadricromia e forse il giallo avrà una percentuale di fosforescenza, vedremo, ma non sarà comunque una colorazione davvero realistica. Per esempio in Horses i toni di rosa danno una direzione alle tue sensazioni, ma poi sei tu che nella tua testa aggiungi tutte le tonalità che mancano. È una storia di passaggio, di due adolescenti, che si svolge tutta tra la sera e l’alba. Era importante far uscire quell’atmosfera lì, perché ti proietta direttamente nel periodo di crescita dei protagonisti. Ne Gli amari consigli dovevano esserci delle tonalità dorate, ma anche qualcosa che avesse a che fare con i trip da acidi. Allucinato, ma anche sacro, come un’esperienza religiosa.
In Lezioni di Anatomia, con Grrrzetic abbiamo pensato di non stamparlo in bianco e nero, ma con una tonalità seppia, una ricercatezza che non si vede subito ma che è molto efficace: è un libro antico, di esoterismo, che doveva avere quell’aria misteriosa e i colori dell’800.

Rimanendo su Lezioni di anatomia, tra un capitolo e l’altro c’è sempre una sezione d’illustrazioni tratte o ispirate al libro che i protagonisti leggono nella storia. Sono nate slegate dal fumetto, che poi ci è cresciuto attorno, oppure sono state inserite poi come collante?

Sono molto affezionato Lezioni di anatomia perché è tutto un libro collegato in modo strano. È stato il mio primo ed ero arrivato ad una fase in cui dovevo fare un libro a tutti i costi. Non sapevo neanche se sarebbe stato pubblicato, l’ho praticamente finito prima di trovare Grrrzetic, ma l’avrei pubblicato anche da solo perché per me era molto importante.
Fare le sezioni d’illustrazione è stato molto matto. C’è stato un processo mentale, slegato dalla narrazione, che però era narrazione a livello embrionale. Molte di quelle tavole erano la prima idea di Lezioni di anatomia, il fumetto è venuto dopo. Una volta finito tutto mi sono detto che potevano essere ancora meglio, dopo aver ottenuto lo sguardo d’insieme. Quindi ne ho rifatte una sessantina. È stato un lavoro abbastanza “magico” e divertente, ma anche lungo: ho impiegato un anno e mezzo a finirlo. Spero di riuscire a fare ancora libro così perché è molto diverso dagli altri. Un progetto pronto ce l’ho, devo solo trovare il tempo.

Passando a cose relativamente più recenti, vorrei chiederti un po’ della tua storia per Dylan Dog – Color Fest, che quando è uscita si è tirata dietro un po’ di commenti negativi nonostante la testata sia chiaramente un luogo dove autori non canonici scrivono e disegnano storie del personaggio seguendo il loro gusto.

È molto meno interessante il fatto in sé dei ragionamenti successivi. Intanto i commenti negativi credo che fossero stati molti di più, e molto più negativi, quando sono stati diffusi i primi bozzetti. Che sono stati quasi ignorati dai social. È stato diverso tempo fa, tipo un anno prima dell’uscita dell’albo. Quando stava per uscire la storia invece, un blog scrisse un articolo su alcuni commenti e lì è partito tutto il discorso. In realtà non mi ha toccato molto. Voglio dire: non lo faccio perché mi si dica che sono bravo. Vengo dalla scuola d’arte, dove la critica (del lavoro altrui, e del proprio) è molto importante.
Poi sarebbe bello capire chiaramente se questi commenti hanno una portata reale o solo una grande cassa di risonanza. Secondo me questa cosa che il lettore Bonelli ha un gusto molto statico non è proprio vera, è più un luogo comune. E poi comunque alla fine quella che ne è uscita è una storia molto “Dylan Dog”, quasi reazionaria più che rivoluzionaria…

Il tuo amore, il mio odio, la storia di Dylan Dog scritta e disegnata da Nicolò Pellizzon, è uscita nel numero 19 della collana Color Fest

Il che mi porta alla seconda parte della domanda. Cos’è successo a questa storia? A livello di scrittura intendo.

Allora. Partiamo dal presupposto che Dylan Dog non è un personaggio mio e quindi la casa editrice ha tutto il diritto di decidere cosa va bene e cosa no per la sua testata. Questo è un discorso su cui non ci piove.
Poi è andata così. Bonelli mi ha contattato nel 2013, credo fosse appena uscito Lezioni di anatomia, per propormi di fare una storia per il Dylan Dog – Color Fest. E io dico “Fichissimo!”. Lì passa un po’ di tempo perché devo pensare a cosa voglio scrivere, gli mando la storia e inizio. Viene verificata e approvata a ogni passo: soggetto, sceneggiatura, testi e storyboard e, a febbraio 2015, la consegno. Al momento dell’uscita, a novembre 2016, vedo su Facebook che hanno cambiato il titolo. Quando poi compro l’albo, scopro che dalla quarta/quinta pagina i testi sono tutti cambiati. Scrivo a Bonelli e a Roberto Recchioni, il curatore della testata, che mi dice che c’erano stati dei problemi mentre mettevano i balloon, alcune cose non funzionavano, e all’ultimo hanno deciso di cambiare i testi. Una cosa comune che in realtà succede anche agli autori di fumetti stessi mentre lavorano a delle storie da soli.
Io ero partito dall’idea che Dylan negli anni ‘80 e ‘90 era stranamente uno dei primi fumetti che le ragazze avevano iniziato a leggere. Quindi volevo metterci un personaggio femminile molto forte che avrebbe dovuto portare avanti la storia assieme a Dylan, una spalla determinante, insomma. E quello che è stato cambiato è stato in primo luogo il personaggio femminile, che è stato portato molto in secondo piano. E poi l’atmosfera di quello che avevo scritto io era molto più misteriosa…
Tutto questo ci può stare, comunque, ma è mancata la comunicazione. Sarebbe bastata una telefonata di 5 minuti, un feedback, e io avrei lavorato di conseguenza e fatto una revisione rimanendo consono al mio lavoro. Del resto, pensavo che il senso di chiedere a me sia la sceneggiatura che i disegni fosse che volevano proprio qualcosa di mio. Invece c’è stata quest’ultima riscrittura che segue la linea generale di tutte le storie della casa editrice. Probabilmente alcuni miei lettori affezionati si sono sentiti traditi e hanno interpretato questa esperienza come un’occasione mancata. C’è il mio nome sopra, ma ho scritto il 30% di quei testi. È comunque una storia bella, con le sequenze che mantengono la loro forza (la cosa bella delle storie horror è che se hanno delle scene visive forti queste danno forza anche alla trama), ma è stato stravolto il senso generale e anche il finale stesso. All’inizio non mi erano stati dati particolari limiti, ma poi c’è stato questo cambiamento drastico senza comunicazione. Per me come artista è centrale avere il controllo completo sul mio lavoro quindi questa esperienza, in cui il mio ruolo non è stato chiaro, anche se ha dato un risultato tutto sommato buono la considero chiusa.

In conclusione vorrei parlare un po’ di Haxa, il tuo nuovo progetto per Bao. Se ho capito bene sarà una serie di quattro volumi, uno ogni nove mesi. Capisco perfettamente i tempi di produzione ma… non è una periodicità un po’ aggressiva, che richiede molto al lettore?

Beh, sono volumi molto grossi: duecento pagine. Per me ci sta che ci sia un po’ di respiro tra uno e l’altro. Poi io dico male quando ne parlo come una serie: ogni libro dei quattro può essere considerato come la stagione di certe serie tv, che sono collegate ma fruibili anche da sole. Tetralogia, quindi, è una parola più azzeccata di “serie”. Inoltre da un volume all’altro passano degli anni, ognuno ha una storia che inizia e finisce: non ci sono cliffhanger fastidiosi o cose del genere.
Quindi si potrebbero leggere i volumi anche da soli, senza impazzire. Poi è chiaro che per affezione verso i personaggi, o perché ogni volume è un po’ una finestra verso un mondo immaginario da scoprire, li si vorrà leggere tutti!

Puoi raccontare un po’, per sommi capi, la storia?

Allora, ti riassumo quello che si scopre nelle prime dieci pagine, che poi saranno messe anche in anteprima. Tra cento anni si scoprirà che la magia esiste, ma solo lo 0,5% della popolazione riesce a utilizzarla. Nel 2035 la struttura principale che manteneva tutto segreto, una torre invisibile nella città di Al Hillah in Iraq, viene distrutta e l’Haxa, l’energia magica, inizia a vedersi. Ma è sempre esistita. Ci sono due fazioni, due “scuole” di magia in lotta tra loro, e tu non scegli a quale appartenere: quando scopri di poter usare l’Haxa capisci se è quello di una fazione o dell’altra. E questa abilità inizia a manifestarsi durante l’adolescenza ed è molto potente, al punto che è una minaccia per gli stati e le organizzazioni sovra nazionali.
Le due fazioni sono gli elementalisti dell’Ars Alchemica, che manipolano gli elementi e cercano di mantenere l’equilibrio dimensionale, del nostro pianeta, e gli stregoni dell’Ars Goetia che possono evocare creature da altre dimensioni. E questi non comunicano davvero con il resto del mondo: compiono degli attacchi distruttivi e terribili alla popolazione civile che sembrano non avere senso se non il semplice piacere della distruzione.

Come ti è venuta questa idea? Perché la prima cosa che mi viene da pensare è che ha un tono a metà strada tra uno shonen e Harry Potter. Molto diverso, insomma, dal resto dei tuoi lavori.

Sono sempre stato molto appassionato di fantasy e fantascienza. Storie quotidiane dove il fantastico è dietro la porta, come nei libri di Ursula K. LeGuin. Per esempio ne I dodici punti cardinali c’è un racconto di due persone che vengono da dimensioni parallele e in qualche modo entrano in contatto, uno con la magia, l’altro con la scienza. È quel tipo di fantascienza che rende oggettive delle cose soggettive.
L’idea di Haxa nello specifico ce l’ho da sempre, da quando ero ragazzino: ci sono dei maghi e che sono tra noi, solo che non possiamo vederli. Sono partito da lì.

Quindi Haxa è questa storia urban fantasy, un po’ young adults friendly… Si percepisce un nuovo interesse per la narrazione di genere, ultimamente, con molti titoli fantasy/fantascienza in arrivo. Secondo te da cosa dipende?

Secondo me questa cosa della fantascienza che ritorna, ciclicamente, deriva dai cambiamenti storici e sociali che sono in atto. Dobbiamo prendere le distanze dalla realtà per poterla capire appieno.
Poi io ho sempre voluto scrivere fantasy. Tutte le mie storie lo sono, in un certo senso. Perché credo che il mondo immaginario sia reale e sempre dietro l’angolo.