Verso il fumetto

Seconda parte

di Alessio Trabacchini

Ho sempre più l’impressione che lungo la parabola del fumetto contemporaneo siano sempre accadute più cose di quante la mia coscienza di lettore sia stata in grado di riconoscere, anche prima che un certo disagio per la forma graphic novel venisse a galla parallelamente alla sua netta benché non eclatante affermazione pubblica. E certo molto prima di casi particolarmente evidenti come Cry me a river di Alice Socal, “fumetto-canzone” che ostenta la propria differenza perché si presenta nella forma tipografica – e merceologica – del fumetto romanzesco, o del successo di libri come Paysage après la bataille, fondati sulla “versificazione” delle immagini più che sull’intreccio o la costruzione dei personaggi.

Analogia per analogia, legittimazione per legittimazione, ammettendo che di fumetti si può parlare quasi soltanto per approssimazione attraverso le categorie prese in prestito da altre discipline, ha cominciato a circolare con una certa frequenza l’espressione “fumetto di poesia”. E bisogna riconoscere che questo nuovo paio di occhiali può essere utile a capire meglio molti dei fumetti di oggi. È il caso, ad esempio, di Sputa tre volte di Davide Reviati, che nondimeno possiede una storia forte e più di una venatura saggistica. Qui, a sostenere la fluidità del racconto non è l’architettura narrativa, ma la composizione di ritmi, rime e assonanze verbali e visive, la gestione delle questioni di quantità e di durata.
Così, in autori come Marco Corona, Andrea Bruno, Martoz, Nicolò Pellizzon e Silvia Rocchi, per citare generazioni diverse e approcci divergenti, la struttura narrativa è subordinata a ragioni che non dovremmo attribuire soltanto al rifiuto di una narrazione tradizionale o al gusto per il disegno. Sono invece i poteri specifici del fumetto, quelli che emergono tra le maglie del racconto e prendono il controllo. E per cogliere questa specificità, questa tessitura di effetti così refrattaria all’essere descritta, sostituire all’analogia romanzesca quella con la poesia può essere d’aiuto.

Capita, parlando di graphic novel, che si finisca per identificare nel racconto la sostanza dell’opera e nei disegni l’aspetto formale. Tra tutti i modi sbagliati di battere ancora sul dualismo forma-contenuto, è difficile trovarne uno meno fondato. Leggere i fumetti ponendo attenzione a una linea saggistica o a una linea poetica può servire a riconoscere e apprezzare quegli angoli messi in ombra dalla dominante analogia romanzesca, o a ricordarsi che il cuore del fumetto rimane altrove, da qualche parte tra tutte queste cose.

Nell’ottica di una emancipazione dalla metafora romanzesca, vale la pena di prestare attenzione anche alla linea comica, che ha avuto un suo in parte indipendente sviluppo partito dall’autoproduzione e nella quale possiamo riconoscere diversi approcci. C’è il comico illuminista di Tuono Pettinato, che dietro la maschera del pupazzettismo si spinge a fondo fino a grattare la superficie nera e limacciosa sotto le strutture sociali e morali; il comico atavico del Dr. Pira, tra il demenziale e il rituale, votato a riportare il segno e il racconto alle strutture di base per ottenere una sorta di efficacia totemica; oppure il comico esistenziale e gnostico di Maicol&Mirco, che gioca con il presentimento della vita come errore, del mondo come ingiustizia ontologica. A queste direzioni, sviluppatesi negli anni Duemila, si è da poco aggiunto lo spiazzante umorismo di Fabio Tonetto: storie sospese nel vuoto di cartoon raggelati in una mutazione circolare, nella vertigine della pura necessità. La consistenza gommosa delle forme è instabile al punto di deformarsi, aggrovigliarsi, liquefarsi, in una comica e insieme terrifica evanescenza della materia e dell’identità che sembra adattarsi bene a rappresentare il nostro tempo. Nelle declinazioni qui accennate, l’umorismo a fumetti italiano può rivelarsi una scossa per risvegliarsi dall’ipnosi di un falso realismo e ricominciare a guardare, e a leggere, con una attenzione nuova.

Non si tratta di essere contro il realismo, come non si tratta di essere contro la narrazione, piuttosto di interrogarsi sull’idea che ne abbiamo. Alcuni lo fanno, come Chris Ware quando gli hanno chiesto se si sentiva uno scrittore:

Di certo non voglio essere un narratore [storyteller], che per me indica, più o meno, la capacità di correlare degli eventi e costruire una trama. Scrivere, per me, significa organizzare i fatti in un tessuto che li intreccia insieme ai sentimenti, alle sensazioni e alla consistenza delle esperienze reali, e si attiene, direttamente o poeticamente, allo svolgersi della vita.

Ma soprattutto, dovremmo ricordare che ogni arte mette in modo diverse funzioni e apre la mente in una propria, specifica maniera. Dobbiamo allora pretendere dai fumetti qualcosa di diverso da quello che possiamo ottenere dalle altre forme di espressione.
Se i fumetti devono essere meno romanzi non è per essere più poesia o più non-fiction, ma per assomigliare sempre di più ai fumetti. Un percorso del fumetto verso il fumetto: è forse questo quello che si intende per estendere i confini del medium. Lungo la strada c’è uno spazio di libertà che va preservato.

Esiste, credo, una responsabilità dei lettori, che completa quella degli autori e dei produttori, e che rimane decisiva perché questa piccola, obliqua arte continui a rappresentare una ricchezza nelle nostre vite. È alla nostra attenzione di lettori, infatti, al nostro spirito di avventura, che dobbiamo fare appello se non vogliamo che la crescita del mercato si riduca a una violenta e affannosa occupazione di spazi. Lo sarà, ovviamente, ma quando la bolla sarà esplosa e gli scaffali verranno giù sotto il peso dell’ennesima babele, non conterà quanti saranno i fumetti. Conterà come li avremo letti.

Una prima versione di questo articolo è apparsa sul n. 198/199/200, dicembre 2016 – febbraio 2017, della rivista «Lo Straniero» con titolo Una caleidoscopica confusione. Qualcosa è stato aggiunto, qualcosa è stato tagliato, il risultato è sensibilmente diverso.