Il Viaggio

scheda di Lorenzo Ghetti

È forse possibile leggere Il Viaggio di Yuichi Yokoyama in due modi.
Da un lato si possono prendere gli eventi rappresentati per quello che sono: tre persone salgono su un treno e arrivano al mare; tutto il resto è stile ed estetica dell’autore.
Dall’altro invece si può mettere da parte la ricerca di una vicenda e lasciarsi ipnotizzare da una tensione palpabile, un’ansia di fondo che ci viene imposta da tutto ciò che i personaggi fanno e incontrano. Tutto sembra comunicare ostilità, come se i protagonisti e i passeggeri sapessero qualcosa che noi non sappiamo, e ci fosse molto di più dietro un semplice viaggio in treno.

È difficile però escludere una di queste due letture e accettare solo l’altra: si crea un corto circuito su diversi livelli. Il Viaggio è un libro di più di duecento pagine senza parole che richiede una lettura lenta, ogni vignetta vuole concentrazione, l’intensità di ogni azione e di ogni sguardo impedisce distrazioni; l’assenza di trama porta a dare valore all’estetica, mentre la forza espressiva del disegno si carica di narrazione, in un circolo vizioso in cui la forma diventa il contenuto, e viceversa.

Yokoyama dice di aver iniziato a fare manga dopo aver studiato pittura perché voleva “disegnare il tempo”. Il suo lavoro viene chiamato “Neo-Manga”, un linguaggio in cui linee, personaggi e onomatopee creano un unico flusso di tempo narrativo, senza ellissi, senza pause. Ogni vignetta è un pezzo di realtà così come ci viene proposto, senza filtri. È questo infatti che cerca di fare Yokoyama, a discapito di qualunque ricerca narrativa: rappresentare il mondo senza alcuna gerarchia nelle informazioni che riceviamo. Non sapendo niente dei personaggi e dell’ambientazione, non abbiamo gli strumenti per classificare per importanza quello che vediamo e veniamo quindi bombardati da stimoli perché ogni riflesso della finestra, ogni sguardo dei passanti, ogni texture su un tessuto o oggetto sul ripiano di un venditore, ogni palazzo del panorama attira la nostra attenzione allo stesso modo. Non abbiamo abbastanza informazioni sull’ambientazione e sulla storia: non possiamo sapere se un incrocio di sguardi o l’acquisto di un strano oggetto siano qualcosa di inimportante o di fondamentale per i personaggi. L’assenza stessa di dialoghi non ci permette di classificare avvenimenti o personaggi: qualunque testo, per quanto circostanziale, diventerebbe subito un appiglio per trovare un senso.

Inoltre ogni singola vignetta ha per protagonista un dettaglio diverso (che sia un gesto, un fascio di luce, un volto), le tavole de Il Viaggio sono un ticchettio di stimoli differenti senza apparente collegamento l’uno con l’altro. L’autore non si sofferma mai sullo stesso elemento abbastanza a lungo perché diventi in qualche modo protagonista, chiedendo invece al lettore di spostare e reindirizzare continuamente l’attenzione, in un susseguirsi di focus brevissimi ma totalizzanti. Ogni vignetta è come un quadro a parte, con una sua composizione, un suo dinamismo.

La riflessione dietro a Il Viaggio ne fa più un’opera di ricerca artistica che un fumetto, ed è forse questo il motivo per cui il libro è passato in sordina alla sua uscita per Canicola nel 2011. Solo aprendolo in libreria si percepisce immediatamente una ricerca visiva e narrativa (secondo la sua idea di narrazione) molto forte, e forse non è la prima cosa che si cercherebbe aprendo un fumetto. Lo dice l’autore stesso: “If there is a picture but nothing happens, it can be a manga and art at the same time. There are pictures and words in a frame you can see. However, it tells you nothing. This is one of my ultimate goals. But it’s difficult to get popularity in this style”.

Ma se il linguaggio fumetto si è evoluto poco nei suoi ormai più di cento anni di storia, sedendosi sugli allori di una narrazione per immagini funzionale troppo debitrice al cinema, sono i rari autori come Yokoyama a mostrare una tensione che sottolinea le specificità del fumetto impossibili da replicare in altri media. Le sue tavole, il suo futurismo non solo estetico ma anche narrativo, ci obbligano a notare cose che normalmente nella lettura diamo per scontate.
Raccontare significa, tra le molte sue parti, selezionare pezzi del mondo e metterli di fronte al lettore in un determinato ordine, secondo una determinata importanza. Ma cosa succede se il narratore non decide alcun ordine, alcuna importanza, alcun significato? Yokoyama sceglie di non raccontare, smontando il processo narrativo stesso e trasformandolo in qualcosa d’altro.

Con la presente maggior attenzione per il fumetto giapponese d’autore, ma anche per una nuova attenzione verso un fumetto estetico e sofisticato, ricercato nel segno quanto etereo nel contenuto, potrebbe essere questo un momento fertile per riscoprire Il Viaggio.

Il viaggio
Yuichi Yokoyama
2011, Canicola Edizioni