Golem Stories

scheda di Elisabetta Mongardi

La prima cosa che mi viene da dire di Golem Stories è che per leggerlo bisogna infilarci la faccia dentro. Le vignette strette, ammassate una addosso all’altra e stipate di balloon aggrediscono gli occhi fin dalle prime pagine: Napoleone vorrebbe disegnare fumetti umoristici, invece deve partire per la guerra; mentre affetta i nemici con la spada in un campo di battaglia tutto rosa, continua a chiedersi se gli occhi a puntino diano o meno troppa empatia. Stacco. Una donna vestita di nero accanto a un camino acceso, le mani nascoste sotto il vestito (si sta toccando?), una sigaretta accesa su un tavolo di vetro. Fuori dalla sua visuale, un uomo con una calzamaglia sulla testa e un coltello in mano entra dalla porta socchiusa. Stacco. Kafka è nella stanza che ha appena affittato, sente una presenza, si volta: un paio di occhi e due seni spuntano dal buio. “Devo proprio andarmene”, dice.

La seconda cosa che mi viene da dire di Golem Stories è che il titolo originale – Everything Together – aiuta meglio a capire come leggerlo. Si tratta, infatti, di una raccolta di racconti pubblicati da Harkham su varie riviste e sulla sua Crickets. E qui la necessità di mettere delle etichette si scontra con il fatto che questo è un libro imprendibile. Più che una raccolta è un’ammucchiata, e anche il termine “racconti” è fuorviante: spesso si tratta di singole pagine, strisce o vignette. Certo, dentro ci sono anche storie brevi, come Capriole, un racconto di apatia adolescenziale a metà tra Carver e Chester Brown, e Poor Sailor, forse il capolavoro di Harkham, una trentina di tavole piantate giusto in mezzo al libro, vignette azzurre a grappoli di quattro perse nel bianco della pagina, l’avventura di un marinaio che è anche – provare per credere – la storia di tutti noi. Ma proprio tutti.

In un’antologia come si deve ogni pezzo dovrebbe dialogare coi suoi vicini, ma questa non è un’antologia come si deve: Harkham rimbalza dall’autoreferenzialità all’universale, racconta storie realistiche ma calate in un’ambientazione di genere. C’è il romanzo d’avventura, c’è il racconto yiddish, c’è il minimalismo americano. C’è uno stile essenziale (gli “occhi a puntino” per cui tanto si cruccia Napoleone) reso più duro dall’uso prepotente dei colori, più consapevole dall’ironia e dalla violenza emotiva infuse in ogni storia. C’è tutto e il contrario di tutto, insomma. Questo può essere un pregio, o può essere il motivo per cui Golem Stories è finito in questa lista di fumetti ingiustamente ignorati.

A tenere tutto insieme finisce che i singoli frammenti si fanno ombra a vicenda: le storie epiche si perdono nel mucchio, quelle brevi sembrano fuori posto. Magari il lettore di passaggio non se ne accorge, ma i motivi per cui Sammy Harkham è un gigante del fumetto alternativo contemporaneo sono tutti là dentro, a cercarli bene. Comunque sia, lui sembra fregarsene della forma giusta e pure dei motivi, e dovremmo forse prendere esempio anche noi, infilare la faccia nel libro e basta.

Golem Stories
Sammy Harkham
2013, Coconino Press – Fandango