Consapevolezza e identità editoriale: un’intervista a Gabriele Munafò e Anna Matilde Sali

Abbiamo intervistato Gabriele Munafò e Anna Matilde Sali, due dei fondatori di Eris Edizioni, per parlare di come e perché costruirsi un’identità editoriale, del rapporto con le diverse realtà distributive del fumetto, del tentativo di creare una coscienza commerciale critica nel lettore.

Se pensiamo alla linea editoriale di Eris Edizioni, per quanto i titoli in catalogo siano anche molto differenti, si percepisce una personalità, una coesione di fondo. Come nasce questa coesione? Vi capita di pensare che vi piaccia un libro ma che non sia adatto al catalogo di Eris?

[Gabriele] Questo senz’altro: ci capita spesso di leggere libri belli, soprattutto quando vogliamo comprare dei diritti dall’estero, che però non vanno bene per quello che stiamo portando avanti. Come lettore me li porterò dentro, ma come editore piuttosto cerco di consigliarlo ad altri editori amici.

[Matilde] Poi noi siamo contenti e consapevoli della diversità che c’è tra i nostri titoli. Perché sembrano libri diversi, ma noi che c’abbiamo fatto editing, c’abbiamo lavorato mesi e mesi, abbiamo frantumato i testi revisionando la traduzione… io so che ognuno di quei libri racconta la stessa storia. Solo che è raccontata da autori diversissimi tra loro, persone lontanissime che utilizzando stili diversissimi in base alla generazione e ai loro stessi interessi. È proprio che al di là dello stile, al di là del tipo di scuola artistica cui un autore si riferisce, c’è quel qualcosa che è uguale per tutti: c’è una sorta di sentimento, di modo in cui quello che stai per leggere influisce nella percezione di quello che hai intorno.

E questo aspetto di identità, anche nonostante le differenze, quant’è importante dal punto di vista commerciale? Contribuisce a creare un “pubblico-Eris”?

[Matilde] Quando abbiamo iniziato è stato difficile. Alla prima Lucca a cui abbiamo partecipato avevamo H.P. Lovecraft, Da altrove e altri racconti di Erik Kriek; Nel Paese dei Mullah di Vassaf, un autore iraniano scappato dall’Iran; il primo fumetto di Alessandro Caligaris, Hoarders; e Fino all’ultima mezz’ora di Matteo Manera. Quattro cose che non c’entravano assolutamente niente l’una con l’altra.
Chi ci ha conosciuti lì sicuramente avrà pensato che avessimo dei problemi mentali gravissimi, in quel momento il catalogo sembrava un’accozzaglia folle. Tre anni dopo, arrivati ad oggi, riguardo il mio catalogo e per me è perfetto. Quelle prime quattro cose, diversissime, si sono intrecciate con tutti gli altri libri, le altre sensibilità.
Quando leggo una cosa e quella cosa mi piace, poi ne voglio un’altra fatta così e allora in modo più o meno consapevole inizio a cercarne delle altre. Delle altre che possono essere in tantissimi altri cataloghi e non per forza nell’ambito libro o del fumetto: la stessa cosa la posso trovare in una canzone, in film, in un romanzo… ma contemporaneamente è anche molto facile che la trovi in un altro libro della stessa collana. E questo funziona: ci siamo resi conto negli anni, soprattutto andando ai festival, che abbiamo dei lettori che in modo miracoloso posseggono quasi tutto il nostro catalogo.

Questo è un aspetto interessante, perché l’impressione è che sia sempre più difficile trovare editori non solo di progetto, ma anche “solo” con una linea editoriale forte, definita. Soprattutto se si guarda a realtà editoriali medio grandi.

[Gabriele] La casa editrice medio grossa è arrivata a un punto in cui per sopravvivere ha bisogno di avere le mani dappertutto, di fare libri che chiunque possa comprare. Un tipico esempio è l’editore di narrativa che si mette a fare libri di cucina. È una cosa che capita molto spesso. Da quel momento in poi è chiaro che la tua linea editoriale, se mai l’hai avuta, è persa. E pian piano il fumetto sta prendendo tutti i vizietti che l’editoria varia ha e che l’ha portata al disastro in cui è. Il fumetto, per quanto fosse un mercato circoscritto, era un mercato abbastanza sano.

[Matilde] In generale non credo che faccia bene, al mercato e ai lettori, mescolare in modo assurdo le linee editoriali, gli autori… Ne viene fuori tipo un frullato in cui oltre al latte e i biscotti metti anche la bistecca e l’insalata, alla fine fa schifo.
Contemporaneamente, però, quando diventi abbastanza grosso devi far uscire abbastanza titoli da perdere di vista questa cosa. Mentre se sei una realtà più piccola, un editore di progetto, forse la situazione è migliore perché puoi non preoccuparti troppo delle conseguenze di una pubblicazione.

Come sono il vostro rapporto e il vostro approccio ai diversi canali distributivi: la libreria, la fumetteria e la fiera di fumetto?

[Matilde] Bisogna fare molti distinguo e molte premesse. Prima di tutto il sistema distributivo che è molto diverso tra la libreria, che può rendere i titoli invenduti, e la fumetteria che non lo può fare. Quindi quando una fumetteria ordina un tuo libro sta realmente scommettendo su di te, soprattutto se non ti conosce o non conosce l’autore del fumetto.

[Gabriele] Al contempo ci sono state fino ad adesso distribuzioni per fumetterie abbastanza disastrose. Forse adesso con la nascita di Manicomix, quindi di un distributore che non è un editore, migliorerà la situazione. Perché ci sarà un distributore che campa sui libri che vende e non su quelli che pubblica. Questa potrebbe essere una grande rivoluzione.

[Matilde] Nelle librerie invece noi abbiamo una distribuzione che amiamo di cui siamo molto soddisfatti. Però chiaramente se escono migliaia di libri al giorno, il tuo fumetto finisce in un catalogo infinito di schede di novità e quindi anche lì non si puoi fare la magia. Il distributore non basta, sei tu che ti devi sbattere e lavorarci in termini di comunicazione e promozione.
Tuttavia secondo me dividere i propri canali distributivi tra fumetterie e librerie in parte è sbagliato. Io cerco di non fare differenze tra libreria e fumetteria, ma penso alle singole realtà: una libreria specializzata in graphic novel, può essere una fumetteria gestita da persone che fanno arrivare titoli dall’estero, può essere una libreria che non sa chi sia Zerocalcare, può essere una fumetteria che campa e paga le bollette vendendo gadget.

E… le fiere?

[Matilde] Ti racconto un aneddoto. Siamo a Lucca e arriva un ragazzetto vestito da un personaggio che non conosco, è giovanissimo. Passa davanti allo stand e compra Filastin. Allora gli chiedo come mai ha comprato proprio quel libro e già mi aspettavo una risposta demoralizzante tipo che era per sua mamma. E lui invece mi dice che ha letto un’intervista online in cui ne parlavano, gli ispirava e allora l’ha comprato.
Per quanto si possano fare migliaia di critiche è una fiera gigantesca alla quale vanno centinaia di migliaia di persone. E per la legge dei grandi numeri qualcuno, tra queste migliaia di persone, sarà interessato a quello che fai. Poi in generale c’è una curiosità di fondo che, per esempio, nelle fiere dell’editoria di varia non c’è.

[Gabriele] Noi che facciamo anche altrettante fiere di varia, dove il peso della cultura è un qualcosa che tutti dobbiamo prendere sulle spalle, ci accorgiamo che lì la curiosità che si vede alle fiere di fumetto non la vediamo.
Poi non è che voglio fare un elogio a Lucca, che sicuramente ha i suoi limiti, ma penso che la gestione stia riuscendo a mantenere un equilibrio. Perché ci vuole poco perché questo equilibrio degeneri del tutto.
Per esempio nell’ultimo anno nel padiglione Napoleone si è iniziato un meccanismo che è simile a ciò che succede nel mondo della varia. Quando siamo arrivati a Lucca la prima volta lodavamo tantissimo il fatto che tutti gli stand fossero sostanzialmente uguali, cosa che non accade in eventi come il Salone del libro, per esempio, dove Mondadori ha dei grattacieli all’interno della fiera e tu hai uno stand piccolissimo. Questo a Lucca non esisteva. Quest’anno invece hanno voluto fare una sezione che a percezione finisce per essere di serie A e una parte che finisce per essere di serie B.

Vorrei infine parlare dello specchietto che ormai da un po’ di tempo avete deciso di inserire in fondo ai vostri volumi. Lo specchietto mostra come viene diviso, tra le varie componenti del processo produttivo, il prezzo di copertina del singolo libro. Come mai avete deciso di rendere pubbliche queste percentuali?

[Matilde] Partiamo dal fatto che l’idea non è nostra, l’abbiamo copiata, e che ci siamo stupiti che nessuno l’avesse e l’abbia copiata oltre a noi. Tutto nasce dopo mille discussioni sugli sconti, sul fatto che i libri sono cari…
Per noi era importante sensibilizzare una persona che compra un libro sullo sconto che chiede. È un periodo in cui tutti siamo senza soldi, è un dato di fatto, per cui voglio che tu capisca quanto lavoro c’è dietro un libro e quindi quante persone lavorano e mangiano perché quel libro ti arrivi in mano. È una cosa ampissima di cui la gente non si rende conto.

Avete percezione che questa iniziativa abbia creato, almeno in parte, un po’ di consapevolezza nei lettori?

[Gabriele] Purtroppo secondo me non basta. Quando lavoravo in libreria c’era gente che mi diceva che a 10 euro un libro è caro. Beh, siamo sicuri? Perché quando spiegavi le percentuali che la libreria prende, cioè tra il 25 e il 30% sulla singola vendita, ci rimanevano di sasso. Queste cose andrebbero spiegate molto di più e molto più nel dettaglio di quanto sia possibile fare in un semplice specchietto come quello che facciamo noi.
Per esempio, io non ho niente contro i vlogger, che per me è un’attività molto interessante. Però a volte vedi alcuni book haul su Youtube dove si aprono pacchi di libri, e sembra quasi che di cosa siano non frega più niente a nessuno, in cui si dice “questo l’ho preso col 15%, questo col 20%, questo col 50%, questo l’ho preso con i punti e non l’ho pagato; visto quanto sono bravo?”. È questa la logica a volte, capito?

[Matilde] I libri costano troppo, ma in verità se sei furbo trovi l’escamotage per pagarli poco.
Noi come categoria abbiamo abituato il lettore a essere compulsivo. Per cui il libro è qualcosa che consumi in fretta per passare a quello dopo. E se tu vivi così la cultura, forse i libri per te costano effettivamente troppo.

[Gabriele] Si è quindi creata una cultura dello sconto a tutti i costi per cui il libro, che è una cosa seria però non è seria come il cibo, lo devo pagare meno.

In questo contesto, in questa mancanza generale di consapevolezza, sono sempre stupito dal fatto che la vostra scelta di mettere questo specchietto non si sia diffusa. Nel senso, avrebbero tutti da guadagnare dal diffondersi di una maggior consapevolezza.

[Matilde] Credo che il motivo sia molto variegato. Da un lato fare operazioni di questo tipo vuole dire permettere a qualcun altro di farti i conti in tasca, e questo a molti non piace. Contemporaneamente ognuno dei nostri colleghi ha di fronte un mondo in cui deve riuscire a stare a galla. E un discorso di questo tipo, forse, cambia l’immagine di te nel lettore che legge il tuo libro.
Poi se quello schema venisse stampato su ogni libro che esce in Italia ci sarebbe da ridere. Perché un conto è un libro fatto da noi, un conto è un libro fatto da Coconino che fa parte di un gruppo editoriale, un altro conto ancora è un libro pubblicato da un grande marchio tipo “Mondazzoli”. Diventerebbe tutto molto divertente a quel punto, perché per me i costi vivi sono la lavorazione del prodotto, per altri sono quelli della struttura, per altri ancora i costi vivi sono quasi un valore finanziario. Eppure chi compra un libro questa cosa non ce l’ha sott’occhio, oppure non ci fa caso, o non gli interessa.