Perché l’autoproduzione?

Bianca Bagnarelli (Delebile) e Aniss El Hamouri (Phobia Presse) chiacchierano, discutono e riflettono sul significato dell’autoproduzione, sul differente ruolo che ha in Italia e all’estero, sui confini con la microeditoria, sull’appeal del mondo del “vuoi fare i fumetti? Falli”.

[Aniss] Facciamo autoproduzione diversa, soprattutto formalmente, però secondo me vediamo un sacco di cose in modo simile. Perché cerchiamo soprattutto un contenuto… della ciccia. Delebile mi sembra una delle cose a cui sono più vicino nell’autoproduzione italiana.

[Bianca] Le differenze tra di noi sono più formali, dettate dal mercato esterno più che dalla nostra visione dell’autoproduzione.

[Aniss] È anche un fatto legato ai soldi, che funzionano in modo molto molto diverso nell’autoproduzione italiana rispetto a quella francese o belga. Il capitale di Delebile è molto grande. Io l’offset, la stampa tipografica, non la sogno neanche.
La differenza fondamentale tra Phobia Presse, che sarebbe la mia roba, e Delebile è che Delebile mi sembra un progetto che ha una vita futura, è un ragionamento molto forte. Io le mie cose le faccio col cuore e non è che non ci penso, ma non è nemmeno che voglio assolutamente diventare un editore. È qualcosa che faccio io come autore.

[Bianca] Sì, esatto. In Francia Delebile, per come si è strutturato questi ultimi anni, sarebbe già un microeditore. Un editore di piccole dimensioni, ma un editore, non una fanzine. È una cosa dettata dal campo in cui i progetti si muovono. In Francia esiste un mercato tradizionale enorme, super complesso, con un’offerta mastodontica, e soprattutto ci sono proporzionalmente più soldi. Mentre in Italia c’è sempre stata una divisione molto forte tra fumetto popolare e fumetto autoriale, e nella categoria del fumetto autoriale non ci sono così tante case editrici. E anche se negli ultimi anni l’offerta si è decuplicata, non siamo assolutamente al livello del mercato francese. Per cui secondo me l’autoproduzione in Italia ha smesso da diverso tempo di essere un progetto di antagonismo ed è diventata semplicemente la base da cui partono altri progetti.

[Aniss] Quando sono arrivato in Italia e ho conosciuto i Canemarcio sono rimasto impressionato. Perché per me erano dei tizi appena usciti dalla scuola, più giovani di me, e non li vedevo come un progetto. Li ho conosciuti di persona prima di vedere il loro libro, e mi sembravano degli studenti che facevano una fanzine. E quando poi ho visto il libro, ho visto il numero di copie stampate, la quantità di soldi tenuti in cassa… mi è sembrato assurdo. Mi sono detto “questo è un piccolo editore, non una fanzine”. Perché è tutto molto adattato al mercato, e quando parli con delle autoproduzioni italiane, con chi fa autoproduzione, pensano molto all’organizzazione tecnica e finanziaria della cosa.
Trovo sempre che l’autoproduzione italiana sia molto ben educata: molto rispettosa delle librerie, non si spinge mai a guardare altrove… Per esempio ho visto poche volte delle cose cambiare di formato. E questa educazione non è necessariamente ciò che cerco quando leggo dell’autoproduzione.

[Bianca] In generale c’è un progetto che pensa più alla lunga distanza.

[Aniss] Sì, esatto. E quindi c’è un’identità.

[Bianca] Però secondo me quel tipo di approccio ha senso nel momento in cui stai facendo un progetto di microeditoria. Se stai facendo autoproduzione forse non ha senso, è come dicevo prima una questione di antagonismo.
Ma non si crea un senso di antagonismo perché non ha senso che ci sia antagonismo: nel momento in cui non ci sono soldi per nessuno, che senso ha fare antagonismo verso qualcosa? Nel momento in cui il canone non è veramente un canone, di cosa stiamo parlando?

[Aniss] Non ti è mai successo di prendere un fanzine, leggerlo e dirti che forse quella cosa dovrebbe essere illegale? È un’impressione bellissima, e non mi succede mai in Italia perché è tutto molto chiaro. Però c’è un lato molto positivo di questo aspetto: sono rimasto molto impressionato dal fatto che autori, considerati molto importanti, non si dicano “io sono troppo bello e troppo buono per l’autoproduzione”. Vedere Paolo Bacilieri in un’autoproduzione, non capendo esattamente com’era il paesaggio… per me Bacilieri era Coconino. Per me era una cosa nuova che adesso capisco meglio, ma all’inizio mi sembrava molto strano che un autore Bao, per dire, facesse anche autoproduzione.

[Bianca] Perché tu vieni da un mondo che ha delle gerarchie super rigide, in cui tutto è molto definito, molto chiuso, e non si esce. La follia dell’autoproduzione estera, essere liberi e fare le cose punk, è propria di un mercato e di un mondo del fumetto che sono controllati, chiusi, inscatolati.

[Aniss] È una reazione che crea un antagonismo a volte assurdo. Hai i tuoi amici marginali, quelli che fanno autoproduzione, e quelli che hanno venduto la loro anima. E non devi parlare troppo all’uno dell’altro. C’è la caccia alle streghe di quelli che “fanno finta di fare fumetto”, capisci?
Un sacco di miei amici che fanno fanzine sono molto fieri di non leggere fumetti. A me fa male sentire queste cose. Ok che fai fumetto alternativo e rifiuti l’idea di un fumetto commerciale… ma contribuisci a sminuire una cosa a cui partecipi. Questo antagonismo, “io faccio arte, loro fanno fumetti”, è tossico. Sono andato con un’amica a vedere una mostra di Hergé e lei diceva, ridendo, che non abbiamo niente da imparare da Hergé. Non abbiamo niente da imparare da Hergé?!
Io forse sono un po’ naïf, candido, però l’autoproduzione mi sembra solo un modo che trovo molto bello per fare i fumetti e metterli lì, disponibili. Li fai tranquillamente nel tuo tempo. E col cazzo che ci fai dei soldi con quello: tutto quello che prendi lo riutilizzi per fare un altro libro.

[Bianca] La tensione iniziale dei Delebile era secondo me la stessa: non volersi necessariamente confrontare con il fare un libro, fare un graphic novel, entrare nel sistema del libro italiano, andare ai festival, fare le fiere, fare promozione del proprio libro (perché comunque non c’è nessuno che lo fa per te), preoccuparsi di scegliere da chi andare e confrontarsi con le persone che compongono le case editrici.
C’era invece la volontà di fare i fumetti e di farli alle proprie condizioni. Ma non di fare una casa editrice, perché non hai i mezzi e neanche la voglia di crearla, in realtà. È come dicevi: vorrei fare dei fumetti come questi, per cui creo uno spazio che prima non c’era per farli.

[Aniss] È quasi qualcosa che s’impone a te. Cosa vuoi fare? Vuoi far fumetti? Falli.
Molte persone, quando ero studente, hanno iniziato a fare autoproduzione per farsi vedere. Anche per me l’idea era “allenarsi prima di andare dall’editore”. E quindi fai le tue robe: siete amici e siete sbronzi e disegnate dei cazzi e delle fighe ovunque. E poco a poco ti rendi conto che la libertà che hai nell’autoproduzione… tu fai quello che vuoi. Non hai da giustificare perché è interessante quello che fai. Lo fai e basta. E quindi esiste.
Questa cosa di pensare una cosa e farla esistere subito, così velocemente, è geniale. Quindi perché l’autoproduzione? Credo questa domanda non abbia risposta perché l’autoproduzione è inutile. È la cosa che mi piace, che sia inutile, perché c’è meno pressione, c’è un aspetto un po’ gratuito… Anche se poi viene una merda la faccio lo stesso, poi forse non lo sarà, una merda. È molto rassicurante. Questa è un po’ l’energia che mi spinge a farlo. E ormai lo fai, non puoi più fermarti.

[Bianca] Anche. E poi c’è la soddisfazione di pensare un libro: lo pensi proprio tutto e poi, volendo, due settimane dopo è lì. L’hai fatto tu, esattamente come volevi.

[Aniss] Adesso si pensa più a internet per queste cose, perché è ancora più immediato. Forse sono un po’ old school, però creare un oggetto libro lo trovo bellissimo. Spesso mi capita di leggere dei piccoli fanzine e, se mi piacciono, li compro perché voglio tenere un oggetto fisico di quest’esperienza, di questo legame con chi ha fatto il libro. Invece con i libri mi succede meno, perché non c’è questo legame diretto: c’è tutta una mistica della copertina, del “ne ho sentito parlare”, dell’autore…
Invece un fanzine è più uno sconosciuto. Ho una quantità di fanzine di gente che non conosco per niente, di cui non ho visto più niente, ma li ho lì e a volte li sfoglio e mi fa piacere averli perché è come se fossero unici. Come i fumetti che ho fatto per Ugo [Schiesaro] per il suo compleanno.

[Bianca] O la fanzine che ti abbiamo fatto per il tuo… Aniss il fanzine. Capolavoro definitivo. E quella è l’unica copia, ce l’hai solo tu.

[Aniss] L’unica copia! Questa cosa diventa un segreto. Puoi fare autoproduzione che sia sempre un segreto e nessuno lo saprà mai.