Una poetica della rinuncia: un ritratto di Inio Asano

di Matteo Gaspari

Mi ricordo abbastanza bene il momento in cui Inio Asano è comparso per la prima volta in Italia. O meglio, non mi ricordo propriamente il momento esatto quanto l’effetto che ebbe su di me di lì a poco. All’epoca avevo grossomodo 16 anni ed ero un frequentatore abituale di una piccola fumetteria di provincia dove manga e fumetto erano sinonimi. Due parole perfettamente interscambiabili. Fino a lì ero quindi cresciuto con letture che erano quasi sempre una ventata di ottimismo, il cui leitmotiv si potrebbe riassumere più o meno in “credici abbastanza e i tuoi sogni si avvereranno”. Poco importava quanto disperata fosse la situazione, quanto forte l’avversario, quanto importante la partita da giocare o quanto inarrivabile la bella ragazza di turno. Se ci credevi abbastanza, e combattevi abbastanza duro, alla fine avresti trionfato.
Inio Asano e il resto della collana che lo ospitava all’epoca furono il più grosso scossone che la mia forma mentis di appassionato liceale di fumetti=manga abbia mai ricevuto. Manga San arrivò bel bella dal nulla, con volumi grandi e parecchio costosi fascettati di una bella fascetta rossa che recitava “Manga San: un nuovo mondo di leggere manga”. Al tempo non mi rendevo ancora conto di quanto fosse vero.

E tutto cominciò proprio con What a wonderful world di Asano: due volumi di racconti brevi finemente intrecciati e densi d’una malinconia che non mi sapevo spiegare. Non credo d’aver realizzato subito cosa fosse stato a colpirmi al cuore, friggendomi completamente il cervello, di quella prima lettura così diversa da qualsiasi altra cosa avessi mai visto. Percepivo sicuramente una certa raffinatezza visiva, in particolar modo ricordo che pensavo che i personaggi fossero insindacabilmente belli nei loro tratti così normali, così come intuivo che l’autore non stava raccontandomi una storia ma era più interessato a servirsi delle storie per dire qualcosa sul mondo. Cosa fosse questo qualcosa, e perché mi toccasse tanto, avrei dovuto aspettare un bel po’ prima di riuscire a capirlo e spiegarlo con le parole.

Di lì a poco Manga San sarebbe naufragata – non prima di pubblicare un secondo Asano, che è la diretta evoluzione di What a Wonderful World: La città della luce – lasciando sì un segno indelebile nel mercato del fumetto giapponese in Italia ma anche dei grossi crateri: ci sarebbero voluti anni prima di veder tornare Atsushi Kaneko e Tayo Matsumoto, mentre per altri titoli meno fortunati siamo ancora in attesa. Ma non divaghiamo.

Passa qualche tempo e Panini riprende di buona lena la pubblicazione del nostro: arrivano a (quasi) stretto giro Solanin, Il campo dell’arcobaleno (per gli amici Nijigahara Holograph) e l’antologico La fine del mondo e prima dell’alba. Abbiamo così cinque titoli che, nonostante siano spartiti tra due editori e tre formati differenti (ocd alert per i maniaci delle librerie ordinate), costituiscono un primo e coeso nucleo in cui c’è tutta la poetica asaniana.
Non che a questi titoli manchino differenze o personalità, e anzi non sono quasi mai una semplice riproposizione l’uno del precedente: dalla catena di storie di What a wonderful world si passa al più compatto e strettamente intrecciato La città della luce; Solanin e Il campo dell’arcobaleno sono racconti lunghi, il primo più lineare nell’incedere verso il punto di rottura e l’altro più corale e con una struttura a flashback/flashforward che ben si adatta alla sua aura da mistery thriller; La fine del mondo e prima dell’alba è una vera e propria antologia di racconti scollegati.

E proprio ne La fine del mondo e prima dell’alba, per la prima volta, viene riassunta a parole questa poetica rendendo tutto chiaro: “Avere un sogno irrealizzabile è troppo triste. Per questo fin dall’inizio ho deciso di non fantasticare su nulla. Se penso al futuro, se faccio progetti a lungo termine mi deprimo”.
Inio Asano sposta il focus dal compiacente “combatti per i tuoi sogni” suggerendo che la vera battaglia è un’altra: quella per accettare che i sogni non s’avverano, per abbandonare un’idea ormai superata di stabilità economica abbracciando l’incertezza e l’insoddisfazione. Una poetica della rinuncia e della rassegnazione, se vogliamo.

Nonostante la presenza di elementi mistico/sovrannaturali, il punto di vista è quello del mondo vero sul mondo vero (rappresentato fotorealisticamente non a caso): giornate ordinarie di gente ordinaria che va ad un lavoro che non le piace, circondata da belle persone ma anche da stronzi in incognito, ripensando qua e là a quel progetto del liceo di mettere su una band (prototipo asaniano di illusione da abbandonare). Non c’è mai disperazione, tranne quando accadono le vere tragedie, perché la lotta per l’accettazione di una realtà insoddisfacente non è una battaglia epica, ricca di pathos e dramma interiore. È un lento logorio, quasi impercettibile, che giorno dopo giorno ti porta un po’ più in là e quando ti guardi indietro non riesci a riconoscere il momento in cui tutto è andato storto.
E se questi primi cinque titoli rappresentano, come dicevo, un nucleo coeso, è ne La ragazza in riva al mare che troviamo al contempo il primo vero cambio di focus ma anche il coronamento di questa guerra di frizione con la realtà che poco alla volta, a piccoli passi, ti spinge giù dal burrone.

La ragazza in riva al mare è di certo il più incompreso dei lavori di Asano, complici una schiettezza nella rappresentazione sessuale poco digerita da un pubblico che addita come maniaco chiunque dipinga fuori dai denti quello che si conferma ancora una volta essere un tabù. A me è piaciuto. Sarò maniaco pure io. La storia racconta di due giovani, delusi dall’amore in maniera sommaria quanto adolescenzialmente definitiva, che intrecciano una relazione che oscilla con sempre maggior ampiezza tra l’atto fisico disinteressato e il coinvolgimento emotivo. Dall’attenzione all’introspezione e dal silenzioso dramma personale dell’accettazione di sé, qui tutto si sposta e si compie nel rapporto tra i due, nell’accettazione di uno dell’altra e viceversa. Ma immediatamente si nota una prima, grande differenza rispetto al resto della produzione di manga a sfondo sentimentale. Chi come me è cresciuto leggendo fumetti giapponesi a cavallo dei primi anni 2000 sa di cosa parlo: in quei fumetti non si scopa mai. Dopo anni e anni di appuntamenti, cioccolatini per san Valentino e camminate romantiche la vigilia di Natale, forse se tutto va bene e dio gliela manda buona i due protagonisti riescono a scambiarsi un bacetto imbarazzato (sulla guancia).
Qui invece a pagina 3 e mezzo siamo già a braghe calate e mani che si infilano negli orifizi. È un cambio di passo radicale rispetto alla “tradizione” almeno quanto il dire “ehi, non sei speciale, i tuoi sogni non contano nulla in questo mondo”.

Ma anche mettendone da parte la componente sessuale, deliberatamente estrema e vagamente destabilizzante, La ragazza in riva al mare è ben più maturo ed esplicito dei titoli precedenti. Perché, sotto al tema della sessualità e del coinvolgimento amoroso, si può leggere lo stesso sottotesto di disagio e disillusione sociale che avevamo già incontrato, per dirne uno, in Solanin. Solo che qui Asano è più fermo, forse anche un po’ cresciuto, e sembra volerci dire che alla fine va anche bene così: ci si rimane male, si scende a compromessi, ma alla fine si cresce e si supera quella che è, in definitiva, una fase. La generazione rappresentata non è speciale perché poverina ha ereditato un mondo stanco e poco ospitale, fare i conti con l’impossibilità della realizzazione personale (qui rappresentata anche attraverso il rapporto, ai limiti del morboso, dei due giovani con la sessualità) è una cosa normale che si supera crescendoci attraverso. La vita va avanti, anche senza troppi pipponi su quanto sarebbe stato bello, al liceo, aver insistito su quel sogno di metter su una band. In questo senso il sospiro di cambiamento che i due protagonisti tirano alla fine dell’opera è una buona, buonissima rappresentazione dell’adolescenza e, per estensione, di una generazione eternamente adolescente per la quale tutto è assoluto, fondamentale, importantissimo.

L’antifona cambia drasticamente con Buonanotte, Punpun, che è evidentemente un’altra bestia.

Buonanotte, Punpun è una storia di formazione nel senso più stretto possibile del termine. Solo che Punpun, anti-eroe dal massimo disagio vittima di un dio beffardo e della sua stessa inadeguatezza morale, de-evolve costantemente trasformando quello che poteva essere un viaggio (metaforico) di formazione in un viaggio (alla fine anche letterale) di disintegrazione.
Anche se nel complesso risulta meno riuscita delle sue sorelle maggiori, complici un ritmo altalenante che non sempre riesce a sopportare il peso della lunghezza e una sottotrama fatta di comprimari sciroccati che si infila qua e là aggiungendo quel pizzico di follia mistico/religioso/settaria che mancava, Punpun risulta comunque una lettura interessante. Innanzitutto è meno una riflessione sul mondo e più la storia del suo protagonista. Nei lunghi anni in cui impariamo a conoscere e vediamo crescere il piccolo depravato ci accorgiamo, sempre di più, di non potere, o meglio non volere, provare per lui alcuna forma d’empatia. Punpun sbaglia tutto quello può sbagliare, toccando vette di inettitudine dalle quali il malessere e la cattiveria si presentano come certezze inossidabili. È chiaro fin da subito come l’allucinante situazione familiare abbia contribuito ad incrinare la stabilità mentale ed emotiva del piccolo ragazzo uccello, ma è altrettanto chiaro come il nostro riesca a schivare tutte le palle di redenzione che la vita gli lancia.
Non mancano infatti i personaggi positivi, non mancano le occasioni di redenzione, ma è tutto inutile. In Buonanotte, Punpun Asano fa un ulteriore passo in avanti rispetto alla poetica della rassegnazione tanto presente nei suoi primi lavori: sarà anche vero che il mondo è un posto difficile e che i sogni non s’avverano, o s’avverano a fatica, ma di certo se stronzo sei stronzo rimani. Qui la crescita è un dramma costante e violento dell’uomo verso se stesso, non del mondo verso l’uomo; un percorso lastricato di schiaffi dal quale Punpun esce colpevolmente distrutto e nel quale gli sparuti e incostanti sprazzi di bellezza (che pur sono presenti) vengono soffocati dallo squallore disgraziato dell’uomo miserabile. Prendendo a prestito e parafrasando le ultime parole di Jep Gambardella.

Ed è interessante che, per la prima volta, Asano rinunci al realismo visivo per proporci un protagonista dalle sembianze metaforiche e cangianti. A detta dell’autore un espediente per risparmiare tempo di fronte all’immane mole di pagine che avrebbero composto l’opera, la scelta di rappresentare Punpun come un uccellino stilizzato, ma di cambiarne l’aspetto a seconda dello stato mentale del ragazzo aggiunge da un lato un secondo piano di lettura per interpretare le situazioni mentre dall’altro allontana il protagonista, almeno agli occhi del lettore, dal mondo circostante.

Punpun è solo, muto, ridicolo in un aspetto esteriore che è specchio della sua inettitudine interiore. Ed è lì che bisogna guardare per cercare il significato di questa lunga epopea: non nell’indifferenza del mondo esterno, non nella silenziosa ingiustizia sociale, ma dentro l’animo del protagonista. In fondo, questa storia è sua e solo sua, e ci ricorda che per quanto possiamo sentirci rifiutati dalla società almeno noi non siamo mica fatti così: dei piccoli e malsani uccellini muti.

Bibliografia essenziale di Inio Asano

What a wonderful world
2 volumi, 2005, Kappa Edizioni

La città della luce
2007, Kappa Edizioni

Solanin
2 volumi, 2008, Panini Comics

Il campo dell’arcobaleno
2011, Panini Comics

La fine del mondo e prima dell’alba
2012, Panini Comics

La ragazza in riva al mare
2 volumi, 2012-2013, Panini Comics

Buonanotte, Punpun
13 volumi, 2011-2014, Panini Comics

Dead dead demon’s dededededestruction
4 volumi, 2016-in corso, Panini Comics