In viaggio tra Beverly e Ice Haven, pensando al mondo che cambia

di Matteo Gaspari

Ice Haven di Daniel Clowes, pubblicato su Eightball 22 (del 2001) e poi riveduto e corretto per l’edizione in volume del 2005. Beverly, opera prima di Nick Drnaso, uscita per Drawn & Quarterly a inizio 2016. Entrambi tradotti in italiano da Coconino Press – Fandango. Tra il discreto numero di fumetti letti o riletti quest’estate per costruire il secondo numero di Banana Oil, questi due titoli in particolare hanno cominciato a stazionare insistentemente nei miei pensieri. Perché sono due storie apparentemente molto simili, ma proprio le loro affinità amplificano una difformità di fondo a tratti radicale.

Partiamo dai punti di contatto. Entrambi si presentano come raccolte di storie brevi, più o meno slegate, tenute assieme da un filo conduttore, una specie di sottotrama trasversale, che si paleserà al lettore solo da un certo punto in poi ma mai soverchiando per rilevanza il focus sui singoli personaggi. Anche questo collante sottinteso è straordinariamente simile nelle due opere: in Ice Haven è la brutta faccenda di un bambino scomparso, rapito, ad animare la monotonia della cittadina che dà nome all’opera, in Beverly è la sparizione e il conseguente (supposto) stupro di Mary. Tutti ne parlano, tutti sono coinvolti, tutti dicono la loro.
È un po’ l’estetica del sobborgo tanto cara alla letteratura e al cinema americani, declinata alle volte in tono leggero, quasi umoristico, altre con empatica o definitiva drammaticità. Piccole realtà dove tutti si conoscono, dove le vicende personali si intrecciano inesorabilmente senza reali possibilità di anonimato. Lì, in quel mondo fatto di casette belline, torte di mele e buoni vicini che non si fanno mai i fatti propri, l’incoraggiante tranquillità si trasforma spesso in una trappola claustrofobica da cui scappare. O almeno provarci. È un tema che attraversa buona parte dell’opera di Daniel Clowes, da Ghost World a David Boring passando appunto per Ice Haven.

Da questo punto di vista Clowes e Drnaso sembrano due facce della stessa medaglia, raccontando ognuno con la propria sensibilità la stessa storia. Ma pur condividendo un analogo punto di partenza, le strade di Beverly e Ice Haven divergono quasi immediatamente, tracciando una differenza di tono abissale che ci dice forse qualcosa sui due autori e su com’è cambiato il mondo che li ha formati. Più che due facce della stessa medaglia, quindi, potremmo immaginarci i nostri come i due lati di un Ringo: un biscotto bianco e uno nero, separati da un impenetrabile strato di crema al latte (o, per i più sfiziosi, di cioccolato). Mi si perdoni la metafora industrial-culinaria: mentre scrivo è quasi mezzogiorno e non ho fatto colazione.
Innanzitutto, il primo punto di distacco a saltare all’occhio (a parte ovvie considerazioni grafiche o sulla presenza o meno delle didascalie) è l’approccio alla costruzione dei personaggi. I molteplici protagonisti di Ice Haven sono definiti per relazioni: sono le loro interazioni, e soprattutto il reciproco giudizio, a determinarne le azioni e il carattere. Prendiamo a titolo d’esempio Random Wilder, amareggiato poeta senza fama che passeggia per le vie della cittadina. Random non sarebbe nessuno se non ci fosse, attorno a lui, una moltitudine variopinta di persone. Tra queste la più rilevante è la vicina di casa (poetessa invece di gran successo) che influisce sul suo umore e ne stimola un’invidia che è, in buona misura, la caratteristica che lo contraddistingue.

Ho preso il povero Random Wilder ma un discorso analogo si applica a tutti gli altri tristi figuri di Ice Haven (e di Daniel Clawes in generale). E infatti, pur mantenendo la sua struttura di collezione di racconti brevi (per quanto intrecciati in modo inestricabile), Ice Haven è un romanzo corale, popolato da un’umanità che è più della somma dei singoli individui. È impossibile raccontarne i personaggi senza almeno prendere in considerazione l’effetto che il loro comportamento ha sugli altri e, viceversa, la misura in cui le azioni altrui influiscono su ognuno: per Daniel Clowes siamo tutti protagonisti della nostra storia, ma è una storia che senza comprimari e comparse si sgretola come sabbia al vento.

Beverly è per molti aspetti l’esatto opposto: un lamento rassegnato ad un’individualità ineluttabile. Ogni storia si concentra su un singolo essere umano che è, essenzialmente, solo, definito in se stesso. Solitudine, solitudine dappertutto. E una lotta silenziosa e disperata per toccare ed essere toccati da altre solitudini che, da qualche parte, dovranno pur esistere. Tutto questo raccontato con una consapevolezza impressionante – va ricordato che Beverly è l’opera prima di un ragazzo di ventott’anni – attraverso un disegno asettico che trasforma le persone in goffi manichini e una regia della tavola che ricorda una versione dilatata e rarefatta (ad amplificare il senso d’isolamento) del Chris Ware più rigorosamente geometrico.

Questa dicotomia relazioni-isolamento riverbera in un altro aspetto di distacco tra le due opere, che ritegno fondamentale per contestualizzarle e confrontarle coerentemente. Per quanto infatti sia Ice Haven che Beverly siano entrambe storie di miseria e tristezza, sono universi di pessimismo agli antipodi.
In Ice Haven i personaggi sono, in definitiva, causa della propria infelicità. O meglio, lo sono nella misura in cui sono responsabili della propria inettitudine sociale, della propria incapacità di rapportarsi agli altri, della loro difficoltà di comunicare. Mi tocca scomodare di nuovo il signor Wilder.
La mancanza di riconoscimento è per lui un cruccio insopportabile, e poco importa che giusto al di là della strada si trovi la sua più grande ammiratrice. Ironia della sorte è Vida Wentz, nipote della poetessa di successo, acerrima e involontaria nemica del nostro Random. In un segno di stima del tutto incompreso, la cara Vida regala al poeta le riviste da lei scritte. Random le legge quasi per sbaglio e le trova di una “bellezza indescrivibile”. È costretto perfino a gettarle nella spazzatura, tanto quelle pubblicazioni lo mettevano di fronte alla propria mancanza di talento, già sospettata per via del nullo successo.
Così Wilder manca di riconoscere l’apprezzamento finalmente giunto, mentre Vida fraintende (comprensibilmente) il ritrovamento delle sue riviste nella spazzatura e decide di smettere di scrivere: se addirittura il suo beniamino le ha trovate così detestabili da doversene sbarazzare, chiaramente la scrittura non fa per lei. E infatti lo erano, detestabili, ma per troppa bellezza! Oh, se solo avessero saputo comunicare e capirsi a dovere…

I personaggi di Clowes sono fondamentalmente colpevoli della propria miseria: è la loro incapacità a condannarli alla tristezza, nonostante il mondo offra loro svariate possibilità. E, di nuovo, Beverly è l’esatto opposto. Nel contesto di solitudine di cui ho scritto sopra, sono sempre perniciose forze esterne a dare ai protagonisti un cazzotto nello stomaco e un calcio nelle gengive senza nemmeno chiedere permesso. In tal senso è a mio avviso emblematica la storia intitolata (puntualmente) La storia più triste del mondo.
Una mamma rientra nel gruppo di controllo della sua soap opera preferita. È un sogno che si avvera: la produzione le invia un episodio in anteprima, lei dovrà guardarlo e dire cosa ne pensa. Così chiede alla figlia, chiaramente a metà tra il disagio e il disgusto, di fare questa cosa assieme: è un bel modo per condividere qualcosa che per lei è così importante con una figlia che appare sempre più lontana, distaccata.
Ma alla fine della cassetta la produzione vuole solo indagare l’efficacia degli spot pubblicitari. Al mondo non frega niente dei sogni e delle speranze di una mamma, la cui gioia sarebbe poter contribuire in prima persona, anche solo una volta, alla sua soap preferita. È una scena patetica, che si conficca nel lettore senza possibilità di trovare alcun risvolto positivo.

In Beverly non sono i personaggi, già irrimediabilmente soli, a causare la propria infelicità. È il mondo ad essere indifferente, al limite del malvagio, ai desideri dei propri abitanti. A conti fatti questo schema è applicabile a tutte le storie del volume: c’è sempre qualcosa di esterno a impedire realizzazione e serenità d’animo. L’unico personaggio che sfugge a questa visione, che tocca e forse sorpassa il pessimismo cosmico, è il protagonista de Il piccolo re. Ma lui ha una devianza psichiatrica diagnosticabile, quindi anche per lui in un certo senso la serenità è preclusa per cause di forza maggiore.

Mi chiedo da dove possano derivare visioni altrettanto disincantate ma così diverse del mondo. Circoscrivere la sensibilità di un autore all’interno di una chiave di lettura meramente generazionale è di certo riduttivo. Tuttavia non posso che pensare che potrebbe essere un tassello rilevante per contestualizzare la poetica di questi due fumetti così simili eppure così diversi. Nick Drnaso è a tutti gli effetti un Millennial, che è la generazione delle promesse non mantenute, parafrasando le parole di Simon Sinek. Il diffuso sentimento dei ragazzi nati tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta (dato anagrafico che condivido con Nick) è che la società non risponda alle loro esigenze, che gli sia stata promessa la Luna solo per poi scoprire che il cielo è un’illusione, che ormai non importa più quanto vali perché comunque un posto per te non c’è. Daniel Clowes invece è nato nel 1961, è un baby boomer, cresciuto nel contesto storico del miracolo economico del dopoguerra, in un mondo nel quale le possibilità non mancavano e successo e fallimento erano determinati dalle capacità individuali.
E se anche questa chiave di lettura non esaurisce le riflessioni e le comparazioni possibili tra le due opere, bisogna riconoscere che calza a pennello con l’intreccio di rapporti dei personaggi di Ice Haven, responsabili della propria miseria, e con l’isolamento sistematico di Beverly, dove la felicità è perennemente negata, per quanto la si cerchi, da forze ed entità esterne e incontrollabili.

Ice Haven
Daniel Clowes
2007, Coconino Press – Fandango

Beverly
Nick Drnaso
2016, Coconino Press – Fandango