Cosplayers

scheda di Raniero Gatti

Nel quadro della progressiva, sempre più rapida evaporazione verso il virtuale delle forme artistiche contemporanee, il cosplay è una superstite, bellicosa manifestazione di radicale di realismo. Non solo perché si fonda sul contatto con la materia e sulla sua trasformazione, ma soprattutto perché la sua azione tende a riportare al livello della cosa concreta e tangibile frammenti dell’evanescente universo dell’industria culturale, della società dello spettacolo, dell’immaginario imposto e condiviso.
Il cosplayer prende il personaggio che lo colpisce – o meglio, con cui l’industria culturale lo ha colpito –, lo trasforma in cose a sua disposizione (stoffa, plastica, cartapesta), lo modella, lo impersona, lo fa suo. Che sia una forma implicita di resistenza? Magari no.

In fondo le protagoniste del libro di Dash Shaw sono tutt’altro che succubi dei modelli imposti. La loro creatività, che non si limita al mascheramento ma procede attraverso la creazione di “situazioni filmate”, manifesta un rapporto ambiguo verso il mondo che le circonda e quello che si aspetta da loro. Fuggendo in un universo autocostruito in cui tutto è finzione cercano la realtà? Forse. Di certo non è una ricerca consapevole.

In Cosplayers Dash Shaw dipinge una realtà irrimediabilmente tinta di fantasia, in un continuo gioco di specchi tra il reale e un immaginario concretizzato che esce dalla sua gabbia immateriale per farsi strada e rendere eccezionali le quotidianità più ordinarie. Difficile dire se tutto ciò nasca dall’esigenza di allontanare l’horror vacui della realtà o se esprima la necessità di comunicare attraverso la realtà utilizzando un linguaggio che non le appartiene. La visione delle due protagoniste, così come appare dalle loro produzioni amatoriali, è frantumata, priva di prospettiva, a volte spiacevole e plasmata sulle loro idiosincrasie. Eppure non è priva di autenticità e, a volte, anche attraverso questa recita greve si può trovare il modo di comunicare sentimenti e dire la verità.

Annie e Verti, le due protagoniste, vorrebbero il successo, ma la natura e la struttura stessa della loro arte è incompatibile con l’estetica e la prassi produttiva del mercato, per questo falliscono e tornano – tutto sommato sollevate – a fare la “loro cosa”. “Il mondo crede che la sola ricompensa valida, reale siano i soldi. Ma i videogiochi sanno che la sola ricompensa è sentirsi bene. Divertirsi”, dice a un certo punto un’ignara comparsa di uno dei loro filmini. Ed è, assieme alla parabola artistica delle due cineaste, un buon riassunto di tutto quello che accade dentro Cosplayers: la rinuncia a un successo materiale in favore di una realizzazione d’altro tipo, la realtà che diventa tale solo quando è filtrata attraverso l’imaginario, la maschera. Sia questa un costume sagace e appariscente o la mise dell’esperto di manga a nascondere solitudine e miseria.

Se la realtà è il significato e l’immaginario il significante, Cosplayers e i suoi sghembi personaggi ci mostrano come assieme queste due facce della stessa medaglia formino un linguaggio ibrido e complesso, entro il quale la comunicabilità è completamente slegata dalla tangibilità del reale, ma viene anzi rafforzata dalla potenza immaginifica della finzione.

La si potrebbe vedere come una fuga dalla sterile bruttura della realtà, oppure come la celebrazione di una narrazione che venga prima, e sovrasti, l’oggettività fattuale del presente. Di certo, nell’epoca dell’apparire, in cui si rischia costantemente di essere più personaggi che persone, le protagoniste di Dash Shaw sanno per lo meno essere trasparenti nel loro continuo trasmigrare immaginazione e finzione dentro al mondo vero. Nel loro essere deliberatamente dei personaggi prima che delle persone. Una trasparenza che è più di quanto si possa attribuire a tutta una schiera di personalità del web, tuttologi del nulla dalle competenze immaginate, intente a travestire la narrazione di sé da realtà e trascinando, al contrario di Cosplayers, il mondo vero dentro una follia di finzione perpetua.

Cosplayers
Dash Shaw
2017, Coconino Press – Fandango