La letteratura dell’inesperienza

di Mauro Nanfitò

Spero che Antonio Scurati mi perdoni per aver rubato un suo titolo, e per il brutale riassunto che faccio del relativo saggio. “Chi racconta, oggi, non sa di cosa parla, o perlomeno non lo ha mai vissuto. Tutto è stato detto, la scuola della vita non esiste più, e ciò che rimane per chi vuole raccontare qualcosa è rimasticare per l’ennesima volta modelli standardizzati e riconoscibili, continuamente riutilizzati e riproposti”.
Un’esagerazione, certo, ma è senza dubbio vero che la narrazione, sempre più negli ultimi anni, è un business, un bene di consumo in cui la trama è un’imposizione strutturale ormai formalizzata, e il fumetto non è un’eccezione, che si tratti di prodotti su licenza o autoriali. Concentrandosi solo sull’Italia, basta guardare alle etichette che si moltiplicano, ai grandi operatori che stanno scendendo in campo con collane dedicate, e a come negli ultimi anni si sia sempre più discusso del fumetto come di un settore in fase di sviluppo, ventata d’aria fresca e speranza di salvezza per quel bizantino gigante dai piedi d’argilla che l’editoria sembra essere diventata.

È assolutamente comprensibile, e sano, che un mercato in crescita esaurisca abbastanza in fretta grandi maestri e scommesse sicure e si rivolga agli esordienti, ma quando un giovane autore approda in un sistema che costituzionalmente richiede un numero sempre crescente di novità, dipingere l’evento come il meritato e definitivo coronamento di un cammino artistico è forse un tantino intellettualmente disonesto.
Cosa sia un “un bel fumetto”, cosa sia meritevole di pubblicazione o meno, è una questione che non solleverò e che non ha speranza di raggiungere una vera conclusione, tanto più in un sistema che manca di vera e propria critica. Ma a meno di nascondersi dietro un dito è innegabile che da quando il fumetto ha sfondato la tanto celebrata barriera della libreria di varia, tante – troppe – sono le nuove leve apparse con libri trascurabili di cui si è parlato solo al momento dell’uscita, e poi tornate nel relativo e confortevole silenzio di una comunità di autori sempre pronta a fare quadrato. Senza nulla togliere alla ricerca redazionale né al talento degli esordienti, l’avventura del singolo, mediocre libro non è certo una novità nell’ambito editoriale e, che si tratti delle pubblicazioni un tanto al chilo di Tunué o di una più ambita Città vista dall’alto, non sono condannabili le case editrici, che devono far catalogo, né gli autori, che finalmente possono considerarsi “pubblicati”.

Ma qui, inevitabilmente, si torna a Scurati in un circolo vizioso.
Con sempre meno tempo e risorse da investire sul percorso di maturazione di un autore e la silenziosa scomparsa (che ancora molti si ostinano a negare) della figura dell’editor, buona parte delle case editrici di grande profilo si appoggia alla parziale esperienza (per non parlare di un bacino di lettori già costruito, e potenzialmente interessato) di chi si è formato autonomamente con l’autoproduzione o, negli ultimi anni, con la pubblicazione su internet.
Entrambe forme brevi che mal si adattano all’imposizione editoriale del graphic novel, ormai inamovibile standard di mercato a prescindere da quanto sia adatto o appropriato alle storie che un esordiente vuole (o è in grado) di raccontare.
Così, di fronte ad un modello già definito e con una guida potenzialmente lacunosa, un autore che se va bene si è formato leggendo Coconino ha poche speranze se non quelle di replicare un modello che ha letto, riletto, e mai avuto il tempo o il supporto per maturare veramente.
E spesso e volentieri finisce per usare il dubbio stratagemma dell’autobiografia, prima e più immediata gruccia sulla quale appoggiarsi per tentare di tenere in piedi una narrazione lunga, senza capire che del vuoto resoconto dell’esperienza personale, pur se mascherata da “autofiction”, un lettore se ne fa ben poco.
Non si tratta comunque di un problema insito nel genere autobiografico: le storie degne di essere raccontante sono ovunque, cambiano e si evolvono costantemente insieme all’esperienza umana, quotidiana e non, e limitare la loro esistenza ad un sottoprodotto del dopoguerra – come fa Scurati – è un punto di vista abbastanza miope. Ma quando autori immaturi declinano nelle almeno centoventi pagine che sono state loro assegnate l’ennesima storia di vita vissuta, facile da realizzare e facile da leggere in quanto sempre e comunque in grado di creare un’identificazione anche minima, la spinta e l’incentivo di esplorare la propria voce e la propria capacità di narrare subiscono potenzialmente una battuta d’arresto dal quale sarà poi difficile venire fuori.
E quel contratto di pubblicazione, che è stato proposto per “metterli in scuderia” quanto prima, finisce per diventare un elemento di rischio sul proprio percorso, che andrebbe valutato attentamente, più che un attestato di valore.
Di fronte a questo paradosso, qualcuno alza le braccia al cielo urlando contro un sistema iniquo, si lamenta del fallimento della responsabilità editoriale, e si chiede in che modo pubblicare libri inconsistenti possa giovare ad autori, editori, e al fumetto stesso come mezzo di narrazione. Nel frattempo, rassegne stampa che sempre di più cercano di mettersi addosso un vestito Bao rilanciano questo o quel nuovo talento, sempre più giovane e sempre più promettente, che ha all’attivo una vivace pagina Facebook o qualche pubblicazione sparsa su volumi antologici (per non alienare i lettori della prima ora più tradizionalisti).

E in un momento in cui la cifra della cultura di massa è guardare indietro e rifare, e l’ossessione swag della Dark Polo Gang rilancia la sua contraddittoria dichiarazione di non aver nulla da dire, forse l’errore sta davvero nell’incaponirsi sulla necessità di libri con un significato che vada oltre all’esistere per alimentare i numeri di un panorama in crescita.