Arsène Schrauwen

di Roberta Contarini

Il libro narra il viaggio che Arsène Schrauwen compie nelle colonie nel 1947, dalla partenza fino al suo ritorno a casa due anni dopo. I dettagli precisi e il tono narrativo sembrano indicare che il lettore sta per approcciarsi ad una storia vera, realmente accaduta e fedelmente narrata da Oliver Schrauwen, il nipote del protagonista. Allo stesso tempo però il tipo di segno, le metafore visive, le sensazioni di Arsène e il racconto del suo comportamento danno al romanzo un tono surreale e canzonatorio.

Situare una storia irreale e assurda in un contesto completamente credibile, creando un equilibrio tra realtà e fantasia, è una delle tante scelte che caratterizzano questo lavoro, dove niente è lineare e dominante ma c’è sempre un bilanciamento tra più elementi, spesso contrapposti tra loro. A cominciare dalla copertina. I rombi raccontano bene lo spirito del libro: sono rigidi ma non stabili come i quadrati, tendono a sfuggire esattamente come Arsène, che si muove da una situazione all’altra tra mille avversità restando però sempre se stesso. Ogni rombo una trama diversa, una possibilità, un’avventura, un ingrediente del libro che può spaziare all’infinito, separato e ben diviso dagli altri.

Una delle chiavi che tengono insieme tutti i contrasti, raccontando una storia folle e capace di raccogliere lo spirito di quegli anni, è la capacità di Oliver di far entrare il lettore nella mente di Arsène fino a diventarne intimo, conoscerne le paure, le passioni, le mancanze: cosa prova, cosa e come vede, cosa gli interessa, cosa ascolta e cosa lo distrae. Lui non parla quasi mai, non ne ha bisogno: è l’utilizzo particolare delle diverse parti che compongono il fumetto a comunicare direttamente con il lettore.

All’inizio del libro la tavola è ordinata, sei vignette suddivise sulla pagina a due per due, e questa struttura rimane stabile fino a quando la mente di Arsène è sotto controllo. Ma appena il suo mondo perde di consistenza le vignette cominciano a cambiare posizione: si assembrano, si dividono, diventano tonde, si moltiplicano, creano delle composizioni e dei percorsi spaziando sulla doppia pagina con assembramenti che corrispondono all’alterato stato mentale del protagonista.

Alimentando uno stato tra sogno e realtà, vignette e disegni a tutta pagina si alternano e si sovrappongono man mano che Arsène si chiude in se stesso, escludendo il resto del mondo e concentrandosi sulle sue fobie che prendono il sopravvento. Il lettore è trascinato giù con lui, soffre ma lo prende anche un po’ in giro: l’ingenuità di Arsène fa sorridere e evita ci si possa immedesimare troppo.

Ognuno dei personaggi principali ha poi un balloon diverso: per Arsène è molto spigoloso; Marieke ne ha uno tondo, l’uomo senza labbra ne ha uno ondulato e con le parole sempre storte e sconnesse; il padre di Marieke perfino non ha balloon, solo una linea di testo che spesso segue la direzione delle parole nello spazio. Lo strumento del linguaggio diventa quindi un’emanazione della personalità dei protagonisti, tanto che in più d’un occasione Arsène, innamorato di Marieke, accarezza il balloon tondo che contiene la sua voce.

Per i testi Oliver sceglie di usare un font, non di scrivere a mano né un carattere che emuli la scrittura manuale. Bensì un maiuscolo, senza grazie, molto impersonale. Riesce a contrastarne la rigidità con continue modifiche, scegliendo un tipo di carta e di stampa che rendono il segno sempre un po’ impreciso e abbozzato, facendolo assomigliare a quello che si potrebbe realizzare con un timbro. Il testo è a volte più sottile e a volte più spesso, a volte ha dei pezzettini mancanti o è posizionato un po’ storto, si interrompe, ha degli spazi che seguono le pause della conversazione oppure si incurva come suggerendo gli ornamenti barocchi del balcone che Arsène sta osservando, il carattere della persona che parla o il modo in cui sono pronunciate le parole.

Quando l’attenzione del protagonista non è più su chi parla il testo comincia a spostarsi verso l’alto e, raggiunta la fine della vignetta, inizia a scomparire fino a che non si riesce più a distinguere le parole. Quando Arsène momentaneamente diventa sordo, il testo manca del tutto e a volte capita che la narrazione si interrompa perché Arsène si addormenta. Ci sono frequenti trasformazioni per rendere in forma visiva una sensazione, una battuta, un momento di vergogna.

Il colore è una parte fondamentale del libro che, composto in bicromia rossa e blu, si modifica al modificarsi delle situazioni. Giocare sul colore ha un grande impatto sul lettore, che ha la sensazione di vivere su di sé il cambiamento che Arsène vive nella storia: lo stacco tra giorno e notte, tra freddo e caldo, tra sogno e realtà.

Quasi alla fine del libro, per raccontare la nuova città e la nuova routine quotidiana, Oliver mescola rosso e blu riuscendo a dare al lettore la sensazione di avere di fronte alcune pagine a colori. Qui l’autore mostra la vita delle colonie belghe dell’epoca, un ritratto verosimile che torna a collegare il libro a una realtà storica. Una realtà che, anche se sempre bizzarra, ha il tono della monotonia. Ma ecco che Arsène decide di tornare a casa. E il mondo torna blu.

Arsène Schrauwen
Olivier Schrauwen
2014, Fantagraphics