Cry me a river

scheda di Matteo Gaspari

“Sono invece i poteri specifici del fumetto, quelli che emergono tra le maglie del racconto e prendono il controllo”, diceva Alessio Trabacchini parlando di quei fumetti capaci di emanciparsi dalla forma romanzesca per avvicinarsi a un qualcosa che potremmo definire fumetto di poesia. E non credo si possa trovare una miglior descrizione per la forza espressiva di Cry me a river, fumetto-canzone di Alice Socal (sempre per usare le parole del buon Trabacchini) uscito nel 2017 per Coconino e immediatamente accusato di non essere abbastanza “novel”.

A livello zero Cry me a river racconta la storia di una coppia d’innamorati che scoprono che la loro relazione non funziona più. Durante un periodo all’estero mentre convivono assieme ai due cagnetti Vuk e Joe, si trovano quindi separati in casa, a cercare di capire. Non è che non si vogliano più bene, ma qualcosa da qualche parte si è rotto. C’è bisogno di prendersi una pausa, di riflettere e recuperare le forze.

Non voglio forzare sul lavoro di Alice Socal un affrettato giudizio di ritratto generazionale, per quanto trovi che questa storia sia una struggente descrizione di una generazione precaria anche negli affetti, per prendere a prestito le parole con cui si parlava di Cinquemila chilometri al secondo. Perché in fondo, deformazioni personali a parte, Cry me a river non è la storia di tutto un gruppo di persone, eterogeneo ma unito da una sorta di trasversalità sociale di condizioni e aspirazioni. È la storia di due ragazzi (e dei loro cagnetti), del loro entusiasmo e della loro disperazione. Ed è una bella storia, potente nella sua semplicità, capace sempre di colpire nel morbido il lettore gettandolo in una tempesta emotiva che solo chi è interessato ad apparire forte e inscalfibile potrebbe avere l’ardire di negare (tirando spesso in ballo inqualificabili disquisizioni, qui davvero ingiustificabili al limite della malafede, sul rapporto tra forma e contenuto).

Perché sono i poteri specifici del fumetto, che qui emergono e prendono il sopravvento. Non capirlo è non capire cosa sia un fumetto, nella sua essenza più fondante. È nella giustapposizione delle immagini, nello sbiadirsi dei paesaggi come se li stessimo guardando con i lacrimoni a velarci gli occhi, nelle lacrime a fiumi, nelle anatre ammazzate a bastonate che Cry me a river riesce, senza bisogno di dire una parola, a toccare da vicino il lettore e a lasciarlo con la sensazione di voler piangere.

Ché piangere è normale, è liberatorio, fa bene. E qui tutto piange. I cagnetti, gli unicorni, i muri di una città straniera, il fiume, le statue, i cigni, i gamberetti giganti immaginari, i pupazzi della tv. Lacrime che scorrono inesorabili, che vengono prese e imbottigliate per tenerne il conto e, magari, per innaffiarci le piante (non fatelo che le lacrime sono salate e poi le piante muoiono).

Non credo di riuscire ad esprimere a parole meglio di così cosa sia di questo fumetto a parlarmi così tanto, facendo un po’ la mia missione riuscire a farlo leggere ad anche solo una persona più. Il fatto è che è un fumetto, uno dei fumetti più fumetti che abbia letto di recente, in questo presente fatto di fumetti che dietro una sbiadita idea di storytelling non riescono più a dire alcunché sul mondo né, tantomeno, sull’arte. Magari Cry me a river non è la storia più bella, o l’emozione più originale, o la realtà più strabiliante. Ma è un fumetto nel senso più alto e cristallino possibile del termine. Fumetto come arte sequenziale dove sequenza vuol dire un sistema di relazioni che conferisce corpo alle vignette solo in quanto parte di un insieme. Fumetto come arte sequenziale, capace di sganciarsi dalla forma imposta del romanzo e dal modo altrettanto imposto della collezione di snapshot da storyboard per il cinema. Alice Socal fa suo il linguaggio per catalizzare l’emozione e il sentimento, facendoli arrivare al di là delle pagine con una sorta di potenza grezza efficace proprio per la sua disarmante semplicità: solo qualche linea, macchie d’inchiostro, immagini singolarmente sterili ma potentissime una volta accostate, fiumi che scorrono e cagnetti che, nella tristezza, riescono a sognare.

Cry me a river
Alice Socal
2017, Coconino Press – Fandango