Irene e i clochard

scheda di Lorenzo Ghetti

Ripensando alle parole di Emilio Varrà, che nel riflettere sulla poetica dell’ordinario trova come elemento caratterizzante il rendere meraviglioso ciò che è normale, la normalità che si trasfigura in meraviglia, non si può che pensare a Irene e i clochard di Ruppert e Mulot.
Il libro, se raccontato in poche parole, sembra rientrare perfettamente nel club dei graphic novel sulla vita vissuta: una ragazza alla soglia dei tren’anni, senza prospettive e dai legami affettivi difficili, cerca di risollevarsi da un periodo di malattia concentrandosi su un progetto che la distragga dal suo vuoto interiore. L’opera della coppia di autori francesi però riesce con naturalezza invidiabile a spiccare tra le ormai moltissime storie simili, e mostrare la meraviglia di una vita normale. Non solo, ci riesce non in uno ma in tre modi diversi.

Innanzi tutto, creando un personaggio che è allo stesso tempo umano e disumano. Irene soffre, beve, dorme e ama come tutti noi, ma allo stesso tempo ha un’aura distruttrice, un rancore e un odio palpabili verso il mondo e verso se stessa. La vediamo con la stessa naturalezza sbronzarsi senza ritegno e andare in giro per Parigi con una katana, nella speranza di trovare una buona ragione per usarla. Il galleggiamento di Irene è ipnotico e disarmante, non si può che lasciarsi risucchiare dal suo buco nero, fino alla fine.

Se le azioni e il mondo esteriore di Irene hanno già qualcosa di sovrannaturale, Ruppert e Mulot rincarano la dose mostrandoci anche il suo mondo interiore. Senza preavviso alla quotidianità di Irene vengono alternati i suoi sogni ad occhi aperti, le sue fantasie di immortalità e suicidio: da un lato il sogno di essere un supereroe, capace di volare e punire, dall’altro il desiderio di lasciarsi andare a una morte spettacolare, irrealizzabile proprio a causa dei suoi poteri fittizi. Se quindi si butta da una finestra fluttuerà a mezz’aria, se si lancia sotto una macchina quella si schianterà contro il suo corpo. Niente ci avverte o prepara all’inizio di una fantasia, e l’esistenza sul baratro di Irene ci fa pensare che ogni volta che la vediamo morire sia “quella buona”.

La terza arma di questo fumetto, che grida all’insegna della meraviglia per questo mondo ordinario, è la sperimentazione linguistica, segno distintivo di molte opere della coppia di autori, su carta e sul web. Provare a descriverla per iscritto sarebbe riduttivo, ma attraverso scene mute di molte pagine che sembrano frame di un’animazione, passaggi netti tra i sogni di Irene e la sua monotona realtà, la scelta di non rappresentare i volti e le espressioni dei personaggi ma di sostituirli con neutre “V”, la ripetizione di precedenti vignette che con differenti dialoghi rappresentano lo stato d’animo della protagonista, Ruppert e Mulot mostrano senza alcun manierismo cosa può davvero essere fatto con il linguaggio fumetto, e come una vita normale può diventare fantastica, anche nella sua tragicità.

Irene e i clochard
Florent Ruppert e Jérôme Mulot
2010, Canicola Edizioni